
Dalle foreste giapponesi ai sentieri abruzzesi, le prove scientifiche sulla forest therapy in oncologia si moltiplicano: il contatto con la natura non è un lusso terapeutico, ma un intervento complementare misurabile, capace di ridurre cortisolo, ansia e depressione nei pazienti oncologici.
Quando si passeggia in un bosco, succede qualcosa di straordinario. Qualcosa che non richiede una particolare attrezzatura, non prevede esercizio fisico intenso: basta fermarsi e respirare. L’aria filtrata dalle chiome raggiunge le vie respiratorie, portando con sé un repertorio di molecole volatili che gli alberi producono per difendersi. In quel momento la chimica del bosco ci entra nel sangue, donandoci effetti insospettabili che stiamo per scoprire insieme. Basta fermarsi. Respirare.
Lo shinrin-yoku
La ricerca scientifica ha cominciato a prendere sul serio questa intuizione negli anni Ottanta, quando il Giappone istituì ufficialmente lo shinrin-yoku, letteralmente «bagno di foresta», come pratica di salute pubblica. Da allora, centinaia di studi hanno misurato cosa accade nel corpo umano durante e dopo un’immersione nella natura. I risultati convergono su un punto: quell’aria non è inerte. Contiene fitoncidi, composti organici volatili che modificano la risposta allo stress, l’attività immunitaria, la pressione arteriosa e, in misura crescente documentata, il benessere psicologico di chi affronta un percorso oncologico.
Questo articolo parte da una revisione integrata dei dati disponibili, con attenzione particolare allo studio pubblicato nel 2026 da Wei e collaboratori su Environmental Health and Preventive Medicine, il primo, nel contesto taiwanese, a valutare in modo sistematico gli effetti di una sessione guidata di forest therapy in oncologia sui sopravvissuti al cancro.
E arriva in Abruzzo, dove il Centro di Senologia dell’Ospedale «G. Bernabeo» di Ortona ha trasformato queste evidenze in un programma clinico concreto, che guarda oggi a un nuovo obiettivo: diventare un ospedale biofilico.
Il linguaggio chimico degli alberi: i fitoncidi
Gli alberi non sono strutture inerti. Comunicano attraverso l’aria, rilasciando continuamente nell’atmosfera un insieme di composti organici volatili biogenici, i cosiddetti BVOC (Biogenic Volatile Organic Compounds).
I BVOC hanno funzioni ecologiche precise: respingere gli insetti, segnalare pericoli ai propri simili, inibire la crescita di funghi e batteri patogeni. L’insieme di queste sostanze prendono il nome collettivo di fitoncidi, un termine coniato negli anni Quaranta dal microbiologo sovietico Boris Tokin.
La frazione più grande, attiva e profumata dei fitoncidi è costituita dai terpeni. È una classe specifica di composti chimici naturali, responsabili del classico “odore di bosco” o di pino. Oltre ai terpeni, la pianta rilascia altre classi di molecole volatili per difendersi o comunicare. Tra queste troviamo composti fenolici, aldeidi e chetoni (che danno note olfattive particolari), alcoli e esteri.
Tra i più studiati componenti dei fitoncidi spiccano i monoterpeni, composti organici naturali formati da dieci atomi di carbonio: α-pinene e β-pinene (caratteristici di pini e abeti), d-limonene (abbondante negli agrumi e in alcune conifere), canfora, 1,8-cineolo (o eucaliptolo).
Queste molecole non sono mere fragranze. Hanno strutture chimiche riconoscibili dai recettori dell’olfatto e, soprattutto, proprietà biologiche documentate.
L’α-pinene, per esempio, attraversa facilmente la barriera emato-encefalica e interagisce con i recettori dell’acetilcolina, modulando attenzione e stati d’ansia.
Il d-limonene mostra effetti antinfiammatori e antiossidanti in diversi modelli sperimentali.
In una foresta temperata, la concentrazione di questi composti può variare da pochi a diverse decine di microgrammi per metro cubo d’aria. I picchi si registrano nelle ore centrali della giornata estiva, nelle settimane di massima attività metabolica degli alberi. Le conifere sono in genere i produttori più prolifici; latifoglie come querce e faggi offrono una composizione più varia ma non meno biologicamente attiva.
L’aria di un bosco non è vuota: è una soluzione diluita di molecole biologicamente attive che, inalate, avviano risposte fisiologiche misurabili.
Le cellule NK e il sistema immunitario
Il legame più studiato tra fitoncidi e immunologia riguarda le cellule Natural Killer (NK). Si tratta di linfociti specializzati nel riconoscere e distruggere cellule tumorali e infettate da virus senza bisogno di una precedente sensibilizzazione antigenica.
Il fisico e medico giapponese Qing Li ha dedicato oltre vent’anni a misurare cosa succede alle cellule NK dopo sessioni di shinrin-yoku. I suoi dati mostrano in modo consistente che due o tre giorni di immersione in ambienti forestali producono un aumento significativo dell’attività NK, con effetti che persistono fino a trenta giorni dopo la fine dell’esposizione.
Il meccanismo proposto è il seguente: l’inalazione di fitoncidi, in particolare α-pinene e β-pinene, stimola i linfociti NK a produrre una maggiore quantità di proteine perforine e granulisina, enzimi necessari per lisare le cellule bersaglio.
In parallelo, si osserva una riduzione delle concentrazioni urinarie di adrenalina e noradrenalina, indicatori di attivazione del sistema simpatico.
l bosco, in sostanza, sposta l’equilibrio neurovegetativo verso la risposta parasimpatica: meno allerta, più riparazione.
Questa traiettoria fisiologica è rilevante in oncologia per almeno due ragioni.
La prima è che lo stress cronico, attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene e i livelli elevati di glucocorticoidi, sopprime attivamente l’immunità cellulare, riducendo proprio l’efficacia delle cellule NK.
La seconda è che una migliore funzionalità immunitaria nei sopravvissuti al cancro può contribuire alla sorveglianza antitumorale, riducendo teoricamente il rischio di recidiva. Questa correlazione richiede però ancora conferme da studi longitudinali prospettici.
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Forest therapy in oncologia: lo studio di Taiwan
Per decenni la ricerca sulla forest therapy ha sofferto di limiti strutturali. I campioni erano piccoli, i disegni sperimentali eterogenei, i gruppi di controllo spesso assenti. Gli studi già condotti su popolazioni sane o su coorti generiche di adulti non rispondono alla domanda più pressante per i clinici: funziona anche sui pazienti oncologici? E se sì, quanto, su quale scala temporale, con quale entità dell’effetto?
Lo studio pubblicato nel 2026 da Renn-Shiuan Wei e colleghi del Taipei City Hospital e dell’Università Nazionale Yang Ming Chiao Tung di Taiwan ha tentato di rispondere a queste domande in modo sistematico.
Si è trattato di uno studio senza gruppo di controllo: tutti i partecipanti hanno ricevuto lo stesso intervento, e i ricercatori li hanno confrontati con se stessi, misurando i loro valori subito prima e subito dopo la sessione, invece che con un gruppo separato che non faceva forest therapy. Lo studio è stato condotto in una foresta submontana presso il Fushan Botanical Garden di Taipei, e registrato al ClinicalTrials.gov (NCT06001723).

Il protocollo dello studio di forest therapy in oncologia
Quaranta sopravvissuti al cancro sono stati reclutati attraverso l’ambulatorio del Linsen Chinese Medicine and Kunming Branch dell’ospedale. Sono stati sottoposti a una sessione guidata di due ore di forest therapy: camminata lenta, esercizi di respirazione consapevole, contatto sensoriale con la vegetazione, momenti di stasi silenziosa. Trentotto di loro hanno completato il protocollo, senza abbandoni per eventi avversi.
Le misure pre e post-sessione includevano strumenti psicologici validati: il Profile of Mood States 2nd Edition (POMS 2-A), il Beck Depression Inventory (BDI-II), il Beck Anxiety Inventory (BAI). A questi si affiancavano indicatori fisiologici oggettivi come frequenza cardiaca, pressione arteriosa, variabilità della frequenza cardiaca (HRV) e cortisolo salivare, il marcatore biochimico dello stress acuto più utilizzato in studi non invasivi.
I risultati principali dello studio
| Misura | Variazione | Dettaglio |
|---|---|---|
| Cortisolo salivare | −61% | da 1,07 a 0,42 µg/dL |
| Ansia (BAI) | −30% | da 5,0 a 3,5 |
| Depressione (BDI-II) | −27% | da 5,5 a 4,0 |
| Distress totale (POMS 2-A) | da +4,0 a −8,0 | inversione del segno |
Campione: 38 sopravvissuti al cancro. Durata intervento: 2 ore guidate in foresta submontana, Taiwan. Studio a braccio singolo pre-post. DOI: 10.1265/ehpm.25-00333.
La riduzione del cortisolo salivare è il dato forse più eclatante: oltre il 60% in appena due ore. La dimensione dell’effetto è classificata come “large” secondo i criteri statistici di Cohen, quindi non si tratta di un’oscillazione entro la variabilità fisiologica normale: è una risposta biologica rilevante, paragonabile per entità a quella indotta da tecniche di rilassamento profondo, meditazione o esercizio fisico moderato.
Altrettanto significativo è il ribaltamento del punteggio totale di distress dell’umore misurato con il POMS 2-A: prima della sessione il valore mediano era positivo (+4,0, indicando una prevalenza di stati emotivi negativi), dopo la sessione era diventato negativo (−8,0), segnalando un’inversione qualitativa dell’equilibrio affettivo.
Chi risponde di più?
Le analisi di regressione hanno rivelato un dato di interesse pratico:
i benefici erano più pronunciati nei partecipanti con livelli più alti di ansia e depressione al baseline, nei soggetti più giovani e in quelli con una diagnosi oncologica più recente.
Questo suggerisce che l’intervento potrebbe essere particolarmente utile nelle fasi precoci del percorso di cura, quando il carico psicologico è spesso al suo massimo. Non sono stati osservati effetti avversi né peggioramenti, nemmeno nei pazienti con sintomatologia di base più grave.
Gli autori sono prudenti nell’interpretazione: il disegno monobraccio senza gruppo di controllo non consente di escludere confondenti come l’effetto dell’attenzione, l’esercizio fisico connesso alla camminata o la socializzazione. Concludono comunque che le evidenze preliminari sono sufficientemente solide da giustificare studi randomizzati controllati su campioni più ampi. solide da giustificare studi randomizzati controllati su campioni più ampi.
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Oltre il cortisolo: ansia, depressione e qualità di vita
Il dato biochimico sul cortisolo è importante perché misurabile e oggettivo. Ma il fulcro del beneficio della forest therapy in oncologia è altrove: nella riduzione dell’ansia anticipatoria, nell’attenuazione della depressione reattiva, nel recupero di un senso di presenza e continuità con se stessi che la malattia spesso interrompe.
I tre canali d’azione della forest therapy
La letteratura su questi aspetti, sebbene ancora frammentata, indica che il bosco agisce attraverso canali multipli.
Il canale neurobiologico
Il primo è un canale neurobiologico: l’esposizione ad ambienti naturali riduce l’attività dell’amigdala, la struttura cerebrale coinvolta nell’elaborazione della paura, come dimostrato da studi di neuroimaging condotti da Gregory Bratman e colleghi della Stanford University.
Il canale attenzionale
Il secondo è un canale attenzionale: la “teoria del ripristino dell’attenzione”, formulata da Rachel e Stephen Kaplan alla fine degli anni ’80, sostiene che l’esposizione ad ambienti naturali rigenera la mente e ripristina la capacità di concentrazione, riducendo la fatica mentale accumulata. Per un paziente che vive sotto la pressione costante di decisioni terapeutiche, esami e incertezze prognostiche, questo ripristino non è trascurabile.
Il canale corporeo
Il terzo è un canale corporeo: il contatto fisico con la corteccia degli alberi, la camminata su superfici irregolari, la variazione termica e acustica del bosco attivano il sistema nervoso parasimpatico attraverso la stimolazione propriocettiva e tattile. Il corpo passa da uno stato di allerta (muscoli contratti, respiro corto, pressione elevata) a uno di regolazione: rallentamento del battito cardiaco, aumento della variabilità della frequenza cardiaca, abbassamento della pressione arteriosa.
Una meta-analisi del 2018 pubblicata su Environmental Research ha aggregato i dati di 143 studi, quantificando questi effetti su popolazioni miste. L’esposizione alla natura risulta associata a riduzioni significative di cortisolo salivare, frequenza cardiaca, pressione sistolica e diastolica, rispetto all’equivalente tempo trascorso in ambienti urbani o costruiti. L’entità degli effetti è modesta ma robusta, e aumenta con la durata dell’esposizione.

Forest therapy in oncologia: il caso italiano di Ortona
Mentre le evidenze si accumulavano nei laboratori giapponesi e coreani, in un ospedale della costa abruzzese qualcosa stava cambiando nella pratica clinica quotidiana.
Il Centro di Senologia dell’Ospedale «G. Bernabeo» di Ortona, in provincia di Chieti, è una struttura con una storia lunga e una reputazione solida. Certificazione EUSOMA, centinaia di interventi l’anno per carcinoma della mammella (764 nel solo 2025, tra i numeri più alti in Italia per un ospedale non universitario), percorsi diagnostico-terapeutici strutturati.
Non è il tipo di istituzione che abbraccia mode terapeutiche senza una base razionale. Prima sotto la guida del professor Ettore Cianchetti, fondatore della struttura trent’anni fa, oggi sotto quella della dottoressa Simona Grossi, che ne ha raccolto l’eredità: questo centro ha costruito un modello di cura che integra chirurgia e chemioterapia con interventi complementari. Tra questi, progressivamente, la terapia della natura.
L’ambulatorio di medicina integrata
Il fulcro di questo approccio è l’ambulatorio di medicina integrata, sviluppato in collaborazione con l’Università «G. d’Annunzio» di Chieti-Pescara, in particolare con i ricercatori Andrea Di Blasio e Laura Masini. Il programma comprende esercizio fisico adattato (sia in ambiente indoor che outdoor), consulenza nutrizionale, agopuntura, supporto psicologico strutturato e interventi sullo stile di vita.
Uno studio del gruppo di ricerca, pubblicato su Complementary Therapies in Clinical Practice (Di Blasio et al., 2017), ha misurato gli effetti di 12 settimane di allenamento aerobico su un gruppo di sopravvissute al cancro al seno. I risultati: un aumento del DHEA-S salivare, una riduzione del cortisolo salivare, un miglioramento della salute autopercepita e del sonno notturno rispetto al basale.
Il gruppo di ricerca ha riportato, in diverse occasioni comunicative pubbliche, anche un miglioramento percepito dell’ansia nelle pazienti seguite dall’ambulatorio, insieme a una riduzione nell’uso di farmaci ansiolitici, antidolorifici e antinfiammatori.
Il contatto con la natura ha progressivamente trovato spazio in questo schema. Percorsi di esercizio fisico in ambienti naturali della regione (i parchi nazionali d’Abruzzo e della Maiella offrono ambienti forestali di qualità eccezionale), mappatura di sentieri con caratteristiche salutari, sessioni supervisionate all’aperto.
Durante le sedute di chemioterapia infusionale vengono inoltre utilizzate esperienze di realtà virtuale che immergono le pazienti in paesaggi boschivi, con l’obiettivo di ridurre l’ansia procedurale e il malessere legato al trattamento. È un approccio multicanale coerente con le evidenze: quando l’accesso fisico alla natura non è possibile, anche la sua simulazione visiva e sonora produce effetti misurabili sull’attivazione del sistema nervoso autonomo.
Non si tratta di sostituire le cure convenzionali, ma di restituire alle pazienti una parte del controllo sulla propria esperienza di malattia, e la natura è uno degli strumenti più accessibili per farlo.
Foreste medicali e territorio
Il modello di Ortona non è isolato nel panorama italiano. In Abruzzo e nel Centro Italia, alcune aree forestali stanno progressivamente acquisendo riconoscimento come ambienti terapeutici.
I boschi dell’altopiano delle Cinquemiglia, le foreste di faggio vetuste del Parco Nazionale d’Abruzzo (tra cui la storica Selva di Opi), le pinete costiere tra Lanciano e Ortona: sono contesti in cui la densità di fitoncidi volatili è alta e la qualità dell’aria notevole.
Studi sull’esposizione ai BVOC in ambienti boschivi italiani hanno confermato la presenza di concentrazioni significative di α-pinene e β-pinene anche nelle foreste temperate del Centro Italia, con un profilo stagionale che raggiunge il picco nei mesi estivi ma rimane rilevante fino all’autunno.
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Verso l’ospedale biofilico: quando l’architettura è terapia
Nell’aprile 2026, in occasione del trentesimo anniversario della Senologia di Ortona, la Regione Abruzzo ha annunciato un nuovo obiettivo per la struttura: diventare un ospedale biofilico. Il concetto è quello di una struttura in cui la natura non è un complemento estetico ma un elemento attivo dell’ambiente terapeutico, integrato nell’architettura degli spazi di degenza, ambulatoriali e comuni.
Dalla biofilia all’architettura ospedaliera
Il termine “biofilia” fu introdotto dallo psicoanalista Erich Fromm e reso celebre dal biologo Edward O. Wilson, che ne fece la tesi centrale del suo saggio del 1984:
l’essere umano ha un legame evolutivo con gli altri esseri viventi e con l’ambiente naturale, sviluppatosi nel corso di milioni di anni di convivenza. Amputare questo legame, come fa l’architettura ospedaliera tradizionale con i suoi corridoi fluorescenti, le superfici lavabili e l’assenza di vegetazione, non è neutrale: ha conseguenze documentate su stress, cicatrizzazione, dolore e benessere psicologico.
Lo studio classico di Roger Ulrich, pubblicato su Science nel 1984, dimostrava già che i pazienti chirurgici con vista su alberi dalla finestra della stanza di degenza avevano un recupero post-operatorio più rapido. Necessitavano di meno analgesici e ricevevano valutazioni infermieristiche migliori rispetto a chi aveva vista su un muro di mattoni.
Da allora la ricerca sull’ambiente di cura si è ampliata considerevolmente: luce naturale, suoni della natura, vegetazione visibile o reale, materiali naturali come il legno, spazi aperti verso l’esterno. Tutto questo riduce i marcatori di stress e migliora la qualità dell’esperienza ospedaliera.
Se l’obiettivo dichiarato a Ortona si tradurrà in interventi concreti, come giardini terapeutici accessibili alle pazienti in trattamento, verde verticale nei corridoi, materiali naturali nei rivestimenti, illuminazione che segue il ciclo circadiano, l’ambiente fisico dell’ospedale cesserebbe di essere neutro. Diventerebbe parte del percorso di cura, in un contesto oncologico dove le pazienti trascorrono già ore in attesa di esami, infusioni e consulti.
Come avvicinarsi alla forest therapy: indicazioni pratiche in oncologia
La forest therapy non richiede attrezzatura specializzata né condizione fisica elevata. Queste indicazioni sono di carattere generale: consultare sempre l’oncologo o il team di cura prima di introdurre nuove attività.
- Durata e frequenza: le sessioni descritte in letteratura variano da 2 a 4 ore, idealmente in ambienti forestali densi (conifere o latifoglie miste). Una sessione ogni due settimane produce effetti misurabili; una pratica settimanale è associata a benefici più sostenuti.
- Velocità e modalità: non è escursionismo, il ritmo è lento, inferiore a 2 km/h. L’obiettivo non è la distanza percorsa ma il tempo trascorso nell’ambiente.
- Respirazione consapevole: respiri profondi attraverso il naso amplificano l’esposizione ai fitoncidi volatili; alcune tecniche prevedono espirazione lenta (4 secondi inspirazione, 6 espirazione) per potenziare la risposta parasimpatica.
- Contatto multisensoriale: toccare la corteccia degli alberi, sentire sotto i piedi la variazione del terreno, ascoltare il rumore delle foglie, focalizzarsi sugli odori. Questa attivazione sensoriale è parte integrante del meccanismo terapeutico.
- Guida certificata: le sessioni strutturate, specialmente per chi è in trattamento attivo, beneficiano della supervisione di un professionista formato (esistono percorsi di certificazione in forest therapy in Italia).
- Alternativa indoor: in caso di impossibilità a raggiungere ambienti naturali, l’esposizione a oli essenziali di conifere (pinene, cedro, abete bianco) attraverso diffusori e la visione di paesaggi naturali in realtà virtuale mostrano effetti fisiologici parzialmente sovrapponibili, utili soprattutto durante le sedute di infusione.
Forest therapy in oncologia: limiti della ricerca e prospettive future
Sarebbe scorretta un’entusiasta linearità. Le evidenze disponibili sono promettenti e biologicamente plausibili, ma la ricerca sulla forest therapy in oncologia ha limiti strutturali ancora significativi ai quali è necessario accennare.
Limiti metodologici
Il primo è metodologico: la maggior parte degli studi disponibili, incluso quello di Wei et al., non prevede un gruppo di controllo randomizzato. Non sappiamo con certezza quanta parte del beneficio si debba all’ambiente forestale specifico e quanta alla camminata, alla socializzazione, all’attenzione ricevuta dal conduttore della sessione o semplicemente all’uscita dalla routine ospedaliera. Distinguere questi fattori richiede disegni sperimentali più complessi, con bracci di controllo che prevedano attività comparabili in ambienti non naturali.
Generalizzabilità e follow-up
Il secondo limite riguarda la generalizzabilità: gli studi asiatici, prevalentemente giapponesi, coreani e taiwanesi, sono condotti su popolazioni, tipi tumorali, fasi di malattia e sistemi sanitari con caratteristiche diverse da quelle europee.
I dati degli studi di Ortona forniscono un segnale importante sull’applicabilità del modello di medicina integrata nel contesto italiano.
Il terzo è la durata del follow-up: la quasi totalità degli studi misura gli effetti a breve termine, ore o giorni dopo la sessione. Mancano dati sulla sopravvivenza, sulla recidiva, sull’aderenza alle terapie convenzionali, sulla qualità di vita a sei mesi o a un anno.
Limiti di accessibilità
Infine, c’è il tema dell’accessibilità. La forest therapy funziona solo se il paziente può raggiungere un ambiente forestale adeguato, il che richiede mobilità, trasporti, aree verdi di qualità accessibili. Per molti pazienti anziani, con limitazioni motorie o residenti in contesti urbani densi, questo non è scontato. La virtualizzazione dell’esperienza naturale è una risposta parziale ma interessante a questo problema.
La direzione della ricerca è chiara: servono trial randomizzati controllati multicentrici, con campioni ampi, follow-up lunghi, misure biologiche robuste e bracci di intervento che permettano di isolare la componente specificatamente forestale da quella del movimento e della socializzazione all’aperto. Gli studi attualmente disponibili hanno aperto la strada; ora serve replicare e ampliare su scala più ampia.
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FAQ sulla forest therapy in oncologia
Che cos’è la forest therapy
La forest therapy è una pratica strutturata, tipicamente guidata, che privilegia la lentezza (meno di 2 km/h), l’attenzione sensoriale e momenti di sosta prolungata rispetto alla distanza percorsa. Una passeggiata generica può comunque offrire una parte dei benefici legati all’esposizione ai fitoncidi, ma senza il protocollo che ne massimizza l’effetto.
Le conifere sono le maggiori produttrici di fitoncidi, ma anche le foreste di latifoglie (querce, faggi) offrono composti biologicamente attivi, in una composizione diversa ma non meno rilevante.
Per chi è in cura oncologica
In linea generale sì, con il via libera del proprio team oncologico: nello studio di Wei et al. non sono stati osservati eventi avversi. Va valutata caso per caso la condizione fisica generale, soprattutto in presenza di neutropenia o forte astenia.
Nello studio taiwanese gli effetti su cortisolo, ansia e umore sono stati misurati subito dopo una singola sessione di due ore. Non è quindi necessario un impegno prolungato per osservare un primo effetto fisiologico, anche se i benefici più stabili nel tempo sembrano legati a una pratica ripetuta.
Sui limiti scientifici
No. Gli studi disponibili, incluso quello di Wei et al., misurano effetti su stress, ansia, depressione e alcuni marcatori immunitari, non sulla sopravvivenza o sulla recidiva. La forest therapy in oncologia è un intervento complementare che affianca le terapie convenzionali, non le sostituisce.
Perché la maggior parte degli studi, compreso quello taiwanese, non ha un gruppo di controllo randomizzato: non isolano con certezza l’effetto specifico del bosco da quello della camminata, della socializzazione o della pausa dalla routine ospedaliera. Sono risultati preliminari solidi abbastanza da giustificare trial più rigorosi, non conclusioni definitive.
Forest therapy in oncologia: un’alleanza antica che la medicina riscopre
Non c’è nulla di esoterico nel fatto che stare in un bosco faccia bene. C’è invece qualcosa di profondamente razionale: siamo animali plasmati da centinaia di migliaia di anni di convivenza con ambienti naturali, e la nostra fisiologia conserva memorie di quella convivenza. Quando l’asse dello stress si abbassa davanti a un faggio centenario, quando le cellule NK si attivano dopo un’ora tra i pini, quello che accade è chimica, non mistero: recettori che rispondono a molecole precise, un sistema nervoso che torna a una condizione di sicurezza percepita.
Quello che la ricerca sta facendo è tradurre la forest therapy in oncologia in linguaggio medico: misurarlo, quantificarlo, inserirlo in protocolli clinici replicabili. Il lavoro di Wei e colleghi a Taiwan e le sessioni guidate all’ospedale di Ortona sono tasselli dello stesso sforzo di costruire un’oncologia più completa, capace di accogliere il paziente nella sua interezza senza rinunciare al rigore scientifico.
La natura non sostituisce la chirurgia, la chemioterapia o la radioterapia. Ma può affiancarle, riducendo il carico di stress che le terapie stesse impongono, restituendo continuità psicologica dove la malattia l’ha interrotta, creando le condizioni fisiologiche in cui i trattamenti convenzionali possono funzionare al meglio.
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Fonti principali
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Bratman GN, Hamilton JP, Hahn KS, Daily GC, Gross JJ. Nature experience reduces rumination and subgenual prefrontal cortex activation. Proceedings of the National Academy of Sciences 2015;112(28):8567-8572. https://doi.org/10.1073/pnas.1510459112. PMC: PMC4507237.
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L’esperienza abruzzese
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Sartor, F., Ditali, L., Sirtori, G., Morano, T., Lancia, F., Di Marco, A., Izzicupo, P., Di Baldassarre, A., Gallina, S., Pesce, M., Grossi, S., Grassadonia, A., Vamvakis, A., Bucci, I., Napolitano, G., & Di Blasio, A. (2025). Aerobic Training-Induced Changes in Sedentary Time, Non-Exercise Physical Activity, and Sleep Among Breast Cancer Survivors and Postmenopausal Women Without Cancer. Healthcare, 13(19), 2471. https://doi.org/10.3390/healthcare13192471
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ASL2 Abruzzo. Ortona, la Senologia compie 30 anni e punta a un nuovo obiettivo: ospedale biofilico. Comunicato, aprile 2026. Disponibile su: https://www.asl2abruzzo.it/ortona-la-senologia-compie-30-anni-e-punta-a-un-nuovo-obiettivo-ospedale-biofilico/.
Nota dell’autore
Questo articolo è redatto a fini divulgativi da un farmacista con esperienza clinica. Non costituisce consiglio medico né deve essere utilizzato come guida terapeutica individuale. I pazienti oncologici che intendono integrare pratiche di forest therapy nel proprio percorso di cura sono invitati a discuterne con il proprio team oncologico.
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