
La disbiosi intestinale e il microbiota alterato sono al centro della fisiopatologia delle malattie infiammatorie croniche intestinali. In questa seconda parte vediamo quali specie batteriche cambiano, quali strategie di modulazione hanno prove cliniche solide e cosa dicono gli studi epidemiologici sull’uomo.
Introduzione
Nella prima parte di questo approfondimento abbiamo visto come gli alimenti ultra-processati alterino la barriera intestinale e come i loro additivi, dagli emulsionanti ai coloranti azoici, agiscano sul microbiota. In questa seconda parte entriamo nel merito della disbiosi intestinale e del microbiota osservati nelle malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI). Parleremo delle strategie con cui si prova a correggerli e di cosa dicono davvero gli studi condotti sull’uomo, non solo sui modelli animali. Per farlo, prenderemo ancora spunto dall’interessante studio di Spiller e collaboratori del 2025:
Spiller, A. L., Costa, B. G. D., Yoshihara, R. N. Y., Nogueira, E. J. Z., Castelhano, N. S., Santos, A., Brusco De Freitas, M., Magro, D. O., & Yukie Sassaki, L. (2025). Ultra-Processed Foods, Gut Microbiota, and Inflammatory Bowel Disease: A Critical Review of Emerging Evidence. Nutrients, 17(16), 2677. https://doi.org/10.3390/nu17162677
Disbiosi intestinale e microbiota nelle malattie infiammatorie croniche intestinali
Il profilo del microbiota nella disbiosi intestinale
Le MICI sono fortemente legate alla disbiosi intestinale, uno squilibrio microbico caratterizzato da una sovracrescita di batteri patogeni come Clostridium ed Enterococcus. Questa alterazione compromette l’integrità della mucosa, aumenta la permeabilità intestinale e facilita la traslocazione batterica, portando a un’intensa attivazione delle risposte infiammatorie dell’ospite.
Nelle persone con MICI si osserva comunemente una riduzione significativa dei phyla Bacillota (i vecchi Firmicutes) e Bacteroidota (i vecchi Bacteroidetes), che insieme costituiscono il 90% del microbiota intestinale. Questa riduzione compromette la modulazione delle risposte infiammatorie e la produzione di acidi grassi a catena corta (SCFA). Al contrario, i patogeni opportunisti, tra cui alcune specie di Pseudomonadota (i vecchi Proteobacteria, come Enterobacteriaceae e Burkholderiaceae), proliferano e possono aggravare le condizioni infiammatorie di base. Nei pazienti con Crohn si osserva inoltre un aumento degli Actinobacteria, che influisce sulla disbiosi e sull’infiammazione intestinale.
Guardando alle singole specie, tra i batteri aumentati nelle MICI figurano E. coli, Campylobacter spp., H. parainfluenzae, E. corrodens e B. fragilis, oltre a R. torques, diverse specie di Ruminococcus, C. hathewayi, C. bolteae e R. gnavus. Tra i batteri ridotti figurano A. muciniphila, F. prausnitzii, R. albus e diverse specie di Eubacterium.
| Phylum | Andamento nelle MICI | Generi e specie coinvolti |
|---|---|---|
| Bacillota (ex Firmicutes) | Complessivamente ridotto | Ridotti: Faecalibacterium prausnitzii, Ruminococcus albus. Aumentati: Ruminococcus torques, Ruminococcus gnavus, Clostridium hathewayi, Clostridium bolteae |
| Bacteroidota (ex Bacteroidetes) | Complessivamente ridotto | Aumentato: Bacteroides fragilis |
| Pseudomonadota (ex Proteobacteria) | Aumentato (Enterobacteriaceae, Burkholderiaceae) | Escherichia coli, Campylobacter spp., Haemophilus parainfluenzae, Eikenella corrodens |
| Actinobacteria | Aumentato (in particolare nel Crohn) | Non specificato a livello di singola specie nella review |
| Verrucomicrobia | Ridotto | Akkermansia muciniphila |
| Bacillota, genere Eubacterium | Ridotto | Diverse specie di Eubacterium |
Tabella MICI-Microbiota
Il ruolo degli acidi grassi a catena corta
Gli SCFA (acidi grassi a catena corta), in particolare acetato, propionato e butirrato, sono prodotti della fermentazione microbica con una rilevanza terapeutica significativa. Nelle persone con MICI i livelli di SCFA risultano spesso alterati.
Tra questi, il butirrato è il più studiato. Viene prodotto da batteri come Roseburia spp., Eubacterium rectale, Faecalibacterium prausnitzii e Clostridium leptum, oltre che da Akkermansia muciniphila. È la principale fonte energetica delle cellule epiteliali intestinali, sostiene la proliferazione e la differenziazione cellulare, e ha un forte effetto antinfiammatorio, mediato dall’attivazione di recettori accoppiati a proteine G.
Gli SCFA modulano le risposte immunitarie inibendo il fattore nucleare kappa B (NF-κB) e le istone deacetilasi. In questo modo regolano così l’immunità innata e adattativa, e favoriscono il ripristino dei tessuti danneggiati dall’infiammazione. Nei pazienti con colite ulcerosa trattati con infliximab, gli enzimi coinvolti nell’ossidazione del butirrato risultano più elevati in chi risponde alla terapia biologica. Si tratta di un segnale indiretto che l’infiammazione della mucosa interferisce con il metabolismo di questo acido grasso.
Obesità e diete ricche di grassi trans e saturi, emulsionanti, alimenti processati e alcol contribuiscono a livelli più elevati di endotossine, stress ossidativo ed espansione di popolazioni batteriche patogene, riducendo al contempo la produzione di SCFA. Questi cambiamenti aumentano il rischio di altre comorbidità, tra cui diabete, steatosi epatica associata a disfunzione metabolica (MASLD), e diverse condizioni cardiovascolari e neurologiche.

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Le strategie di modulazione del microbiota nella disbiosi intestinale
Modulare il microbiota intestinale è emerso come strategia chiave nella gestione delle MICI e di altre condizioni croniche. Diversi fattori influenzano la composizione del microbiota. Tra questi, i modelli alimentari a lungo termine, l’attività fisica, il fumo, la qualità del sonno, il consumo di alcol, lo stress, l’uso di farmaci e l’invecchiamento. Le strategie che seguono sono tutte impiegate per promuovere questa modulazione. Bisogna tuttavia premettere che, nonostante risultati promettenti in vitro e su modelli sperimentali, l’evidenza clinica robusta sulla loro efficacia nei pazienti con MICI resta, per la maggior parte, ancora limitata.
Dieta mediterranea
La dieta mediterranea è il modello alimentare più studiato per i suoi effetti benefici sulla salute intestinale. Ricca di fibra, vitamine, minerali e composti bioattivi, è associata a un rischio più basso di sviluppare MICI, a marcatori infiammatori migliori e a un effetto protettivo sulla mucosa intestinale.
I suoi benefici comprendono la riduzione di specie proinfiammatorie come Escherichia coli e Ruminococcus gnavus, un aumento della produzione di SCFA e di immunoglobulina A secretoria fecale, e un miglioramento della diversità microbica e della funzione di barriera. Gli studi clinici ne confermano l’efficacia su entrambi i fronti: Dogan e colleghi hanno osservato una riduzione dei biomarcatori infiammatori in pazienti con colite ulcerosa, mentre Chicco e colleghi hanno registrato un miglioramento clinico e della qualità della vita. Al contrario, un consumo elevato di alimenti ultra-processati è associato a un peggioramento della salute metabolica e intestinale.
Prebiotici
I prebiotici sono substrati selettivamente utilizzati dai microrganismi dell’ospite, in grado di produrre un beneficio per la salute: pectina, inulina e amido resistente ne sono esempi comuni, presenti naturalmente in alimenti come la frutta. La società europea di nutrizione clinica e metabolismo (ESPEN) ne suggerisce un possibile impiego come terapia adiuvante nelle MICI, ma l’evidenza resta limitata. Una revisione sistematica Cochrane non ha trovato prove sufficienti a sostenere la loro efficacia per l’induzione e il mantenimento della remissione nella colite ulcerosa lieve-moderata, verosimilmente per la scarsità di studi disponibili più che per un’evidenza reale di inefficacia.
Probiotici
I probiotici sono microrganismi vivi che, se somministrati in quantità adeguate, conferiscono un beneficio alla salute dell’ospite. Una revisione Cochrane del 2020 sui probiotici per il mantenimento della remissione nella colite ulcerosa non ha trovato differenze significative rispetto ad altri interventi. Le linee guida ESPEN ne sconsigliano l’uso per indurre o mantenere la remissione nel Crohn, giudicandoli generalmente inefficaci in questo contesto. Restano invece una possibilità per la colite ulcerosa lieve-moderatamente attiva, e sono raccomandati per la prevenzione della pouchite. Nonostante queste indicazioni, le evidenze attuali non supportano un loro uso clinico di routine.
Simbiotici e postbiotici
Un simbiotico è una miscela contenente microrganismi vivi e substrati selettivamente utilizzati dai microrganismi dell’ospite. Una metanalisi suggerisce che i simbiotici possano avere un ruolo come terapia adiuvante nella colite ulcerosa moderata. Però il numero limitato di studi disponibili rende necessaria ulteriore ricerca: gli studi preclinici mostrano risultati promettenti, ma quelli sull’uomo hanno campioni ancora troppo piccoli per trarre conclusioni solide.
I postbiotici sono invece preparazioni di microrganismi inattivati o di loro componenti, in grado di conferire un beneficio alla salute. Alcuni studi suggeriscono che possano contribuire alla modulazione immunitaria attraverso la produzione di SCFA, migliorare l’integrità della barriera intestinale e promuovere l’omeostasi intestinale. La maggior parte degli studi condotti nelle MICI resta però preclinica o in vitro, con risultati eterogenei che sottolineano la necessità di trial clinici più robusti.
Trapianto di microbiota fecale
Il trapianto di microbiota fecale (FMT, dall’inglese fecal microbiota transplantation) consiste, in parole povere, nel trasferire le feci di un donatore sano nell’intestino di un ricevente, con l’obiettivo di ripopolare il suo microbiota con specie batteriche più equilibrate. Non è una procedura nuova né sperimentale nel senso più stretto del termine: è già impiegata da anni, con risultati consolidati, soprattutto nel trattamento delle infezioni ricorrenti da Clostridium difficile e in alcuni disordini metabolici selezionati.
Per le MICI, una revisione Cochrane suggerisce che l’FMT possa rappresentare un’opzione terapeutica promettente per indurre la remissione nella colite ulcerosa lieve-moderatamente attiva. Servono comunque ulteriori trial clinici prima che possa essere raccomandato di routine nel trattamento delle MICI.
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Alimenti ultra-processati, microbiota e disbiosi intestinale: cosa dicono gli studi epidemiologici sull’uomo
I meccanismi sistemici
Un consumo cronico ed elevato di alimenti ultra-processati è costantemente associato a un profilo metabolico proinfiammatorio e pro-ossidante, mediato da percorsi fisiologici interconnessi: livelli più alti di grelina, livelli più bassi di peptide YY, disfunzione endoteliale, alterazione del metabolismo del glucosio, squilibri ormonali e insulino-resistenza.
Nel microbiota intestinale si osserva anche una maggiore prevalenza di batteri procancerogeni, i cui metaboliti possono indurre danni genotossici al DNA. Queste alterazioni possono inoltre compromettere l’asse intestino-cervello, con possibili ripercussioni sulla funzione cognitiva e sulla salute mentale.
Un consumo elevato di UPF, soprattutto negli anziani, è stato associato a una riduzione dell’attività di enzimi antiossidanti come catalasi e superossido dismutasi, e a livelli più alti di xantina ossidasi: segnali di un aumento dello stress ossidativo, accompagnati da livelli più elevati di citochine proinfiammatorie come TNF-α, IL-6 e IL-15.
Nel complesso, il consumo frequente di UPF è chiamato in causa nello sviluppo e nella progressione delle MICI attraverso la promozione di un’eccessiva produzione di specie reattive dell’ossigeno e il mantenimento di uno stress ossidativo persistente nei tessuti intestinali.

Gli studi di coorte sull’uomo
Una coorte statunitense su oltre 245.000 partecipanti (857 casi di MICI) ha trovato un’associazione tra elevato consumo di alimenti ultra-processati, in particolare pane industriale, cereali da colazione e piatti surgelati pronti da scaldare, e rischio di Crohn, ma nessuna associazione statisticamente significativa con la colite ulcerosa. Questa associazione potrebbe essere attribuita agli alti livelli di carragenina, emulsionanti sintetici e cloruro di sodio presenti in questi prodotti.
Uno studio del 2021 su oltre 150.000 partecipanti in 31 paesi ha invece associato gli alimenti ultra-processati a un rischio aumentato sia di Crohn sia di colite ulcerosa, senza però riuscire a isolare un singolo gruppo alimentare o additivo responsabile (Narula N., et al, 2021). Il dato suggerisce che a fare la differenza sia il pattern dietetico complessivo, più del singolo ingrediente. Il consumo di UPF, in particolare carni processate e bevande gassate zuccherate, risultava più diffuso in Nord America, Europa e Sud America.
Uno studio su una popolazione caucasica di otto paesi europei, con oltre 400 partecipanti seguiti per 13,2 anni in media, non ha invece trovato alcuna associazione significativa tra alimenti ultra-processati e rischio di MICI, mentre gli alimenti integrali e minimamente processati risultavano protettivi verso il Crohn (Meyer A., et al., 2023).
Questa eterogeneità è lo stato reale attuale della letteratura: il legame tra alimenti ultra-processati e MICI è plausibile e coerente sul piano meccanicistico, ma sul piano epidemiologico l’evidenza non è uniforme, specialmente per la colite ulcerosa.
Oltre l’incidenza: la progressione della malattia
Al di là dei tassi di incidenza, la ricerca si sta concentrando sempre di più sul ruolo della dieta nella progressione della malattia. Un dato solido arriva dall’ambito interventistico. Uno studio clinico su 168 pazienti con Crohn o colite ulcerosa ha mostrato che una dieta a basso contenuto di alimenti ultra-processati ha portato remissione sostenuta nel 95,2% dei partecipanti dopo un anno, contro l’85,7% del gruppo di controllo, una differenza statisticamente significativa (Preda C.M., et al., 2024). È uno dei pochi risultati della revisione che riguarda direttamente il decorso della malattia, non solo il rischio di svilupparla.
Le evidenze nel loro insieme suggeriscono che il consumo abituale di UPF contribuisca a disbiosi intestinale e infiammazione, con una possibile influenza sull’insorgenza e sulla progressione della malattia. Durante la remissione, tuttavia, modelli alimentari diversificati e ricchi di alimenti integrali e fibra promuovono eubiosi e mantenimento della barriera intestinale. Un consumo eccessivo di fibra insolubile può invece aggravare i sintomi durante le fasi di malattia attiva, richiedendo adattamenti dietetici specifici. Questa duplicità illustra bene la complessità, quasi paradossale, del rapporto tra dieta e MICI.
Crohn’s Disease Exclusion Diet (CDED)
Spesso associata a nutrizione enterale parziale, la CDED è l’approccio dietetico strutturato con i dati più incoraggianti per l’induzione della remissione nel Crohn. Prevede fasi strutturate che eliminano componenti e additivi ritenuti dannosi per il microbiota e per la barriera intestinale, privilegiando proteine di alta qualità e alimenti che sostengono la diversità microbica. La CDED è associata a una riduzione dei Pseudomonadota e a un aumento dei Bacillota.
Uno studio sulla CDED ha mostrato una remissione del 76,7% entro la sesta settimana, salita all’82,1% entro la dodicesima. (Sigall Boneh R. et al., 2023).
In un trial su bambini con Crohn lieve-moderato, la CDED ha portato remissione, riduzione dei marcatori infiammatori (proteina C-reattiva e VES), un minor numero di scariche e una minore calprotectina fecale. I partecipanti hanno anche ridotto spontaneamente il proprio consumo di alimenti ultra-processati e migliorato l’aderenza a una dieta mediterranea. (Strisciuglio C. et al., 2020).
La fase di mantenimento della dieta, più che l’induzione, sembra essere quella che decide se questi risultati si consolidano nel tempo. (Martín-Masot R. et al., 2023).
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Cosa dicono le prove attuali su disbiosi intestinale e microbiota nelle MICI
Un consumo eccessivo di alimenti ultra-processati può portare a diverse alterazioni fisiologiche e compromettere la funzione del microbiota intestinale, contribuendo allo sviluppo di malattie croniche non trasmissibili, MICI comprese. Un consumo elevato di questi alimenti promuove la disbiosi, aumenta la permeabilità intestinale e attiva vie infiammatorie, condizioni che possono aggravare il decorso di Crohn e colite ulcerosa. Le evidenze emergenti supportano un legame tra consumo di UPF e aumento dell’incidenza delle MICI, in particolare del Crohn. Al contrario, le diete ricche di alimenti freschi e minimamente processati promuovono la salute intestinale e possono ridurre l’infiammazione, migliorando il controllo della malattia in chi già convive con una MICI.
L’intervento con le maggiori evidenze cliniche resta la riduzione degli alimenti ultra-processati unita ad un pattern alimentare mediterraneo o, nei contesti pediatrici appropriati, alla CDED.
Probiotici, prebiotici e simbiotici, nonostante la popolarità, non hanno oggi indicazioni solide per la gestione delle MICI secondo le principali società scientifiche. Modulare il microbiota attraverso modelli alimentari sani resta comunque un approccio promettente per la prevenzione e la gestione delle MICI nelle popolazioni a rischio. Serve però ulteriore ricerca per chiarire i meccanismi sottostanti e individuare gli interventi dietetici più efficaci.
I limiti degli studi disponibili
La maggior parte delle prove citate in questi due articoli proviene da modelli animali o studi in vitro. Stabilire un legame diretto tra malattie infiammatorie croniche intestinali e alimenti ultra-processati richiede disegni di ricerca clinica, in particolare studi di coorte su larga scala.
L’associazione tra coloranti azoici e infiammazione intestinale, in particolare, ha bisogno di evidenze più robuste, incluse informazioni su come le concentrazioni usate nei modelli sperimentali si traducano nell’esposizione dietetica reale della popolazione. Gli stessi autori della revisione sottolineano che la patogenesi delle MICI è multifattoriale, e ridurla a un singolo fattore alimentare sarebbe una semplificazione scorretta.
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Domande frequenti: disbiosi intestinale e microbiota
Disbiosi intestinale e microbiota
No, non esistono prove che lo dimostrino in modo definitivo. Le MICI hanno un’origine multifattoriale che include predisposizione genetica e fattori immunologici. Ridurre gli alimenti ultra-processati è una misura di prudenza ragionevole, non una garanzia preventiva.
Può fornire informazioni utili sulla composizione del microbiota. La sua interpretazione clinica va sempre discussa con il medico curante: la rilevanza della disbiosi cambia molto in base al contesto clinico del paziente.
Strategie di modulazione
Le evidenze attuali non supportano un uso di routine, e le linee guida ESPEN ne sconsigliano l’uso per indurre o mantenere la remissione nel Crohn. Possono avere un ruolo in situazioni specifiche, come la colite ulcerosa lieve-moderata o la prevenzione della pouchite, ma sempre su indicazione del gastroenterologo curante.
È utilizzato da anni con risultati consolidati per le infezioni ricorrenti da Clostridium difficile. Per le MICI resta invece un’opzione promettente ma non ancora raccomandabile di routine: servono ulteriori trial clinici prima che possa entrare nella pratica clinica standard.
Nota redazionale: questo articolo è la seconda di due parti che sintetizzano e commentano criticamente la revisione di Spiller et al. (Nutrients 2025). Per il quadro completo su classificazione NOVA e additivi alimentari, si veda la prima parte. Non sostituisce il parere di un medico gastroenterologo o di un nutrizionista, specialmente per chi già convive con una diagnosi di Crohn o colite ulcerosa.
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