I tesori nascosti dell’Appennino: le piante spontanee che curano e nutrono

Immagine che illustra il fiore di Borago officinalis (Borragine) presa come rappresentante di piante spontanee

di AlchimiaBlog · Aggiornato maggio 2026

Le piante spontanee dell’Appennino centrale sono state, per secoli, parte integrante della dieta e della medicina popolare italiana. Oggi, grazie alla ricerca scientifica, sappiamo che molte di queste specie non sono solo alimenti “poveri” o residui della cultura rurale, ma autentiche fonti di composti bioattivi: polifenoli, flavonoidi, mucillagini, terpeni e fibre funzionali capaci di modulare infiammazione, stress ossidativo, microbiota intestinale e metabolismo. Dall’ortica al cardo mariano, dalla borragine al finocchio selvatico fino alla malva, questo viaggio tra alcune delle piante spontanee più diffuse dell’Appennino racconta l’incontro tra tradizione, nutraceutica e medicina preventiva moderna.

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La ricerca sul valore nutrizionale e terapeutico delle piante spontanee sta rimettendo al centro del dibattito scientifico antiche conoscenze e consolidate tradizioni popolari che riguardano la salute di tutti noi.

Negli ultimi decenni, i dati epidemiologici mostrano un aumento costante delle malattie degenerative croniche nelle popolazioni occidentali. Dal punto di vista fisiopatologico, due meccanismi sembrano giocare un ruolo centrale nella genesi di queste malattie: lo stress ossidativo e i processi infiammatori cronici di basso grado. Entrambi sono implicati in patologie molto diffuse come le malattie cardiovascolari, l’artrite reumatoide e il diabete mellito. Non a caso, la ricerca scientifica degli ultimi anni si è orientata con crescente interesse verso composti capaci di contrastare questi meccanismi, in particolare antiossidanti di origine naturale come polifenoli, flavonoidi e carotenoidi.

I vantaggi dei composti di origine vegetale

Questo interesse per i prodotti naturali non è solo scientifico, ma anche pratico. Rispetto ai farmaci di sintesi, i composti di origine vegetale presentano in genere una minore incidenza di reazioni avverse e costi di produzione più contenuti. Questo li rende candidati interessanti sia per la prevenzione che per il supporto terapeutico nelle malattie croniche, nell’ottica di una medicina sempre più attenta alla sostenibilità e alla tollerabilità dei trattamenti.

Il tesoro dell’Appennino: le piante spontanee

Gli Appennini centro-meridionali di Abruzzo e Molise rappresentano in questo senso un territorio di straordinario interesse: sono considerati uno dei punti caldi della biodiversità vegetale mondiale, con una flora ricca e una presenza significativa di piante spontanee endemiche.

Qui, generazioni di pastori, contadini e raccoglitori hanno tramandato una conoscenza profonda delle piante spontanee commestibili, integrandole nella cucina quotidiana e nella medicina popolare. Si raccoglievano foglie, steli teneri, bulbi, semi e radici, e si conoscevano gli usi, alimentari o medicinali, di ogni parte della pianta. Venivano mangiate in insalata, bollite nelle zuppe, usate nelle frittate, oppure preparate come decotti e infusi.

Negli ultimi decenni, però, i cambiamenti socioeconomici hanno prodotto un progressivo spopolamento dei borghi montani, e con esso un’erosione silenziosa di questo patrimonio di conoscenze. Le piante alimentari selvatiche sono oggi consumate molto meno rispetto al passato, e le tradizioni legate al loro uso rischiano di andare perdute.

La chimica delle piante spontanee

Dal punto di vista chimico, le piante contengono due categorie di composti:

  • i metaboliti primari (minerali, vitamine, zuccheri, aminoacidi) essenziali per la vita della pianta e utili all’alimentazione umana;
  • e i metaboliti secondari (polifenoli, terpeni, alcaloidi, glucosidi) non indispensabili alla sopravvivenza della pianta, ma che la ricerca sperimentale ha dimostrato essere capaci di promuovere la salute e la longevità nell’uomo. Sono proprio questi ultimi al centro dell’interesse nutraceutico: molecole che le piante hanno sviluppato per difendersi dai patogeni, dai predatori e dallo stress ambientale, e che nel metabolismo umano esercitano effetti biologici documentati.

Lo studio di partenza

È in questo contesto che si inserisce la ricerca pubblicata nell’aprile 2024 sulla rivista Nutraceuticals:

Fantasma, F., Samukha, V., Saviano, G., Chini, M. G., Iorizzi, M., e Caprari, C. (2024) Aspetti nutraceutici di piante commestibili selvatiche selezionate dell’Apennino centrale italiano. Nutraceuticals, 4(2), 190-231. https://doi.org/10.3390/nutraceuticals4020013

Gli autori hanno analizzato 353 studi scientifici dal 2000 al novembre 2023 per documentare sistematicamente le proprietà nutraceutiche di dieci piante spontanee commestibili tipiche dell’Appennino centrale e del bacino mediterraneo: Achillea millefolium, Borago officinalis, Foeniculum vulgare, Gentiana lutea, Juniperus communis, Laurus nobilis, Malva sylvestris, Satureja montana, Silybum marianum e Urtica dioica. Questo articolo ne racconta i risultati principali, cercando di renderli accessibili a chiunque voglia capire cosa cresce lungo i sentieri appenninici, e perché vale la pena prestarci attenzione.

Prima di entrare nel merito delle singole piante, è importante chiarire un termine che viene comunemente usato nel marketing, ma che in realtà non ha una vera e propria definizione normativa: nutraceutica.

Il concetto nasce dalla fusione di “nutrizione” e “farmaceutica” ed è stato coniato nel 1989 dal medico americano Stephen DeFelice.

Un nutraceutico è una sostanza, o un alimento che la contiene, in grado di esercitare effetti benefici sulla salute umana che vanno oltre il semplice valore nutritivo. Non è un farmaco in senso stretto (non ha un’indicazione terapeutica approvata dagli enti regolatori come EMA o AIFA), ma non è nemmeno un semplice alimento: si colloca in una zona intermedia, fertile e scientificamente entusiasmante, in cui la biologia vegetale incontra la medicina preventiva.

Le piante spontanee selvatiche sono una fonte privilegiata di nutraceutici perché, per sopravvivere senza cure umane, hanno sviluppato nel corso di milioni di anni un arsenale chimico sofisticatissimo: metaboliti secondari come polifenoli, flavonoidi, terpeni, alcaloidi e carotenoidi che servono alla pianta per difendersi dai predatori, dai patogeni, dai raggi UV e dallo stress idrico. Quando li ingeriamo, questi stessi composti interagiscono con il nostro metabolismo in modi spesso sorprendenti.

Per capire perché queste piante funzionano, occorre fare un passo indietro e capire chi sono i principali attori molecolari.

Polifenoli e flavonoidi

Sono la famiglia più numerosa e studiata. I polifenoli delle piante, e cioè fenoli semplici, acidi fenolici, flavoni, flavonoli, antocianine, tannini condensati, hanno una struttura chimica caratterizzata da uno o più anelli aromatici con gruppi ossidrile (-OH) che li rendono capaci di cedere idrogeno ai radicali liberi, neutralizzandoli.

Nei flavonoidi, la ricerca ha identificato tre requisiti strutturali per la massima attività antiossidante: una sostituzione orto-idrossile nell’anello B, un doppio legame C2-C3, e una funzione carbonilica in C4. Questi tre elementi insieme permettono una delocalizzazione della carica elettronica sull’intero sistema aromatico che stabilizza il radicale risultante dalla donazione di idrogeno.

Terpeni e oli essenziali

Molecole come il carvacrolo, l’anetolo, il limonene, l’α-pinene sono responsabili degli aromi caratteristici di molte piante aromatiche mediterranee. Ma non sono solo profumo: hanno attività antimicrobiche, antiparassitarie, broncodilatatorie e sedative documentate in numerosi studi.

Carotenoidi

Pigmenti liposolubili che fungono da antiossidanti nella catena fotosintesi, ma anche nel metabolismo umano. Il β-carotene (precursore della vitamina A), la luteina e la zeaxantina proteggono occhi e pelle dal danno ossidativo.

Alcaloidi e xantoni

Sono molecole azotate presenti soprattutto in piante come la genziana (genziopicroside, amarogentina), con proprietà amare e tonico-digestive.

Il filo conduttore che giustifica l’interesse per tutte queste molecole è il ruolo dello stress ossidativo nelle malattie croniche degenerative.

Quando il nostro organismo produce più radicali liberi (ROS, reactive oxygen species) di quanti ne possa neutralizzare con i propri sistemi antiossidanti endogeni (superossido dismutasi, catalasi, glutatione perossidasi), si instaura uno squilibrio, il cosiddetto “stress ossidativo”.

Questo squilibrio può verificarsi per due motivi principali:

  1. Aumento della produzione di ROS
  2. Riduzione della capacità antiossidante dell’organismo

Le specie reattive dell’ossigeno (ROS), prodotte principalmente nei mitocondri come risultato del metabolismo dell’ossigeno molecolare (O₂), non sono, di per sé, molecole “nocive”. Anzi, in condizioni fisiologiche normali, piccole quantità di superossido, perossido di idrogeno e ossido nitrico partecipano alla regolazione del tono vascolare, alla trasmissione del segnale intracellulare e all’adattamento metabolico dei tessuti.

Gli effetti di uno squilibrio

Tuttavia, fattori come l’obesità viscerale, una dieta ricca di zuccheri e grassi saturi, lo stress psicologico cronico, la sedentarietà, l’esposizione a inquinanti ambientali, determinano progressivamente l’instaurarsi di uno stato di stress ossidativo, dovuto ad un eccesso di ROS. Questi ultimi, quando superano una soglia critica, diventano agenti di distruzione indiscriminata: attaccano le membrane lipidiche, ossidano le proteine, danneggiano il DNA.

In particolare, i ROS in eccesso attivano il NF-κB, un fattore cellulare di trascrizione che funziona come un interruttore principale dell’infiammazione. Una volta acceso, NF-κB ordina alle cellule di produrre citochine pro-infiammatorie, le più note sono il TNF-α e l’interleuchina-6 (IL-6), che a loro volta stimolano ulteriore produzione di ROS.

Si genera così una infiammazione cronica di basso grado (low-grade chronic inflammation o “inflammaging”), e i due fenomeni si alimentano reciprocamente in un circolo vizioso che, una volta innescato, tende ad autoamplificarsi.

I vasi sanguigni sono i più colpiti

I vasi sanguigni sono uno dei bersagli più frequentemente colpiti di questo processo. Con l’avanzare dell’età, le cellule dell’endotelio vascolare (lo strato interno delle arterie) diventano progressivamente meno capaci di difendersi dall’aggressione ossidativa. Nei mitocondri vengono a prodursi quantità via via crescenti di ione superossido che si lega all’ossido nitrico (NO), la molecola che mantiene i vasi flessibili e dilatati, neutralizzandolo prima che possa svolgere la sua funzione.

Il risultato è doppiamente dannoso: da una parte si perde il segnale vasodilatatore; dall’altra si genera perossinitroso, una molecola altamente tossica che amplifica l’infiammazione locale.

In queste condizioni, il fattore cellulare di trascrizione NF-κB rimane cronicamente attivato nelle cellule endoteliali, che cominciano a esprimere molecole di adesione richiamando monociti e leucociti nella parete arteriosa. È l’inizio dell’aterosclerosi: le placche si formano, le arterie irrigidiscono, la pressione sale. Il rischio di infarto e ictus cresce silenziosamente, per anni, senza che il paziente avverta alcun sintomo.

Le conseguenze dell’infiammazione cronica di basso grado sul metabolismo

Lo stesso meccanismo si osserva sul metabolismo. L’infiammazione cronica di basso grado, in particolar modo quella originata dal tessuto adiposo viscerale in eccesso (che funziona come un vero e proprio organo endocrino pro-infiammatorio), interferisce con i segnali trasmessi dall’insulina a livello cellulare.

Le citochine infiammatorie, in particolare il TNF-α, fosforilano in modo anomalo i recettori dell’insulina e i loro substrati intracellulari, rendendoli meno responsivi al segnale ormonale. Il risultato è l’insulino-resistenza: le cellule muscolari ed epatiche rispondono con crescente difficoltà all’insulina, il pancreas compensa aumentandone la produzione, e nel tempo questo equilibrio precario si rompe, aprendo la strada al diabete di tipo 2.

Infiammazione cronica di basso grado e tumori

Forse è proprio questa la correlazione più inquietante, quella che ha più impegnato la ricerca scientifica.

I ROS prodotti in eccesso durante un’infiammazione persistente non si limitano a danni funzionali reversibili: causano instabilità genetica, modificando la struttura del DNA, rompendone i filamenti, alterando i meccanismi di riparazione. Mutazioni che normalmente verrebbero corrette o che avrebbero portato alla morte programmata della cellula (apoptosi) riescono invece a sopravvivere e accumularsi.

Oltre a questo, l’infiammazione cronica rimodella il microambiente tumorale: recluta infatti cellule immunitarie che, paradossalmente, finiscono per proteggere le cellule neoplastiche invece di eliminarle; inoltre stimola la formazione di nuovi vasi sanguigni (angiogenesi) che nutrono il tumore; e, infine, promuove la migrazione e l’invasione delle cellule maligne. In questo senso, l’infiammazione cronica non si limita a innescare il cancro, ma ne favorisce la progressione e la resistenza ai trattamenti.

Un nemico comune, una strategia condivisa

Quel che emerge da questo quadro è perciò qualcosa di scientificamente interessante e, al tempo stesso, rilevante dal punto di vista pratico: malattie che sembrano distanti come l’aterosclerosi e il diabete, l’artrite e il cancro del colon, l’obesità e la neurodegenerazione, condividono in realtà un substrato patogenetico comune: l’infiammazione cronica di basso grado e la sua alleata, lo stress ossidativo.

Esistono perciò strategie trasversali su cui agire: la qualità dell’alimentazione (ricca di polifenoli, fibre fermentabili, acidi grassi omega-3), la regolarità dell’esercizio fisico (che riduce i livelli circolanti di citochine pro-infiammatorie), la gestione dello stress cronico (che attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene alimenta il loop infiammatorio), il controllo del peso corporeo.

Dopo questa necessaria premessa sui meccanismi dell’infiammazione cronica di basso grado e sul ruolo dello stress ossidativo nella progressiva alterazione dei processi cellulari, è più semplice comprendere il potenziale biologico degli estratti derivati dalle piante spontanee.

Possiamo quindi passare in rassegna cinque delle specie più diffuse nell’Appennino abruzzese e molisano: ortica, cardo mariano, borragine, finocchio selvatico e malva.

L'immagine illustra l'Urtica dioica, una delle piante spontanee più ricca di principi attivi vegetali con prroprietà antinfiammatorie, diuretiche, epatoprotettrici
Migas presunto (secondo quanto affermano i diritti d’autore)., CC BY 3.0 , da Wikimedia Commons

Di tutte le piante spontanee considerate dalla ricerca, l’ortica è forse quella che più merita una menzione a parte. Quella pianta dalla pessima reputazione, che punge e che già da bambini impariamo ad evitare lungo i sentieri, è in realtà una delle erbe più nutrienti e farmacologicamente attive della flora spontanea italiana

Distribuzione e riconoscimento

L’ortica è una pianta erbacea perenne alta dai 30 ai 250 cm, con fusto eretto e peloso, foglie grandi e opposte, ovali o lanceolate, di colore verde scuro, ricoperte anch’esse di peli. Questi peli, chiamati tricomi, hanno uno scopo difensivo: quando se ne viene a contatto, si rompono e rilasciano un fluido che causa bruciore e prurito. Da questa caratteristica deriva appunto il nome Urtica, dal latino urere, bruciare.

È una pianta dioica, cioè i fiori maschili e quelli femminili sono portati da piante diverse

È presente in tutte le regioni d’Italia, preferendo zone umide, ricche di azoto: bordi di fossi, macerie, margini dei campi.

Il periodo migliore per la raccolta è la primavera, quando i giovani germogli apicali sono teneri, saporiti e ancora non fioriti.

Etnobotanica

L’ortica appartiene a pieno titolo alla categoria delle piante fitoalimurgiche.

Il termine deriva dal greco alimos, “che sazia”, e dal latino urgeo, “spingo, costringo” e designa quelle specie selvatiche a cui le popolazioni hanno fatto ricorso per necessità alimentare nei momenti di crisi: carestie, guerre, povertà endemica. Si tratta di un patrimonio di conoscenze adattive sedimentato nel corso di millenni, che ha permesso a intere comunità rurali di sopravvivere attingendo a ciò che il territorio offriva spontaneamente. E la storia dell’ortica in questo ruolo è lunghissima, e scorre parallela a quella delle civiltà che l’hanno abitata.

Un uso antico

I Romani la usavano per frizioni contro i dolori reumatici, un’applicazione topica che oggi trova qualche fondamento nei meccanismi di inibizione controstimolante del dolore, che consiste nell’applicare uno stimolo irritante o doloroso lieve (calore, sfregamento, sostanze rubefacenti, punture, coppettazione ecc.) per ridurre o “distrarre” da un dolore più profondo o intenso.

Nel Medioevo era uno degli ingredienti cardine della cucina povera appenninica e padana: minestre, frittate, risotti, gnocchi, ripieni per la pasta. Tra le piante alimurgiche, l’ortica occupa un posto di rilievo: le cime più giovani, sbollentate per neutralizzarne il carattere urticante, restituiscono un sapore delicato e leggermente amaro, simile agli spinaci ma più fine.

La medicina popolare ne ha fatto per secoli un rimedio versatile: dai disturbi osteoarticolari come reumatismi, artrite e gotta, alle affezioni cutanee e metaboliche come eczema e anemia, fino alle patologie dell’apparato urinario, come infezioni, calcoli renali, ipertrofia prostatica iniziale, e alla rinite allergica stagionale.

Oltre la cucina e la medicina popolare

Ma le sue applicazioni storiche vanno ben oltre cucina e fitoterapia. Le fibre di Urtica dioica L., per caratteristiche molto simili a quelle del lino e della canapa, furono impiegate in Europa centrale nella produzione tessile prima dell’introduzione del cotone; e non fu nostalgia romantica a riportarle in auge nel Novecento, bensì la durissima necessità della guerra: durante i due conflitti mondiali, l’ortica sostituì il cotone divenuto introvabile.

Dalla sua ricchezza in clorofilla si ricava ancora oggi un colorante naturale verde, impiegato in alimenti, cosmetici e farmaceutici, sebbene i costi di produzione restino elevati per le difficoltà di stabilizzazione del pigmento.

In agricoltura biologica e biodinamica trova impiego come anticrittogamico e disinfestante, mentre le foglie, ricche di azoto, calcio e magnesio, costituiscono un mangime integrativo capace di aumentare l’apporto vitaminico del 60–70% e quello proteico del 15–20%.

Persino la cosmetica moderna ne ha riscoperto il valore: shampoo, lozioni e trattamenti per pelle grassa ed eczema portano oggi in farmacia ciò che per secoli era cresciuto spontaneo ai bordi dei sentieri.

Sostanze urticanti

Il liquido urticante, che, come detto, ha carattere difensivo, viene liberato quando si rompono i peli, chiamati tricomi, che ricoprono la pianta. Il tricoma è costituito da un’unica cellula allungata che possiede pareti calcificate ed una punta a sfera che si rompe al semplice contatto, è a base silicea e, una volta rotta, si riforma facilmente.

Il liquido che viene rilasciato è una miscela di serotonina, acetilcolina, istamina, leucotrieni e acidi acetico, formico e butirrico. È piuttosto difficile riuscire ad estrarlo, e gli studi che lo riguardano sono pochi ed incompleti.

Composti bioattivi dell’ortica

Il profilo fitochimico dell’Urtica dioica è notevolmente articolato e varia in modo significativo a seconda che si analizzi l’estratto idrofilico (foglie), lipofilico (rizomi) o l’olio essenziale.

1 – Foglie e parti aeree

Sono particolarmente ricche di acidi fenolici e flavonoidi.

Acidi fenolici

Gli acidi fenolici sono composti organici naturali appartenenti alla più ampia classe dei composti fenolici (una grande categoria che include tutte le molecole con almeno un gruppo fenolico, che, chimicamente, è costituito da un gruppo ossidrile -OH direttamente attaccato a un anello benzenico) e rappresentano una delle forme più semplici di Polifenoli (sottogruppo dei composti fenolici caratterizzato dalla presenza di più unità fenoliche o di una struttura fenolica complessa).

Tavola che illustra la struttura dei polifenoli presenti nelle piante spontanee

Sono ampiamente distribuiti nel regno vegetale e, grazie alla loro capacità di delocalizzare l’elettrone spaiato sull’anello aromatico, i fenoli sono noti per le loro proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e citoprotettive, che contribuiscono alla difesa della pianta contro stress ossidativo, agenti patogeni e danni ambientali. Dal punto di vista chimico, si distinguono principalmente in due gruppi: 

  • acidi idrossibenzoici (acido gallico, acido vanillico, acido salicilico) ed
  • acidi idrossicinnamici (acido ferulico, tipico dei cereali, e acido caffeico),

e svolgono un ruolo strutturale nelle piante.

Nelle foglie e nelle parti aeree dell’ortica, tra gli acidi fenolici, predominano gli acidi idrossicinnamici, tra cui spiccano i tre isomeri dell’acido caffeilchinico: gli acidi 3-O-caffeilchinico, 4-O-caffeilchinico e 5-O-caffeilchinico (quest’ultimo noto come acido clorogenico), oltre all’acido caffeilmalico e all’acido p-cumarilmalico.

Tavola che illustra la struttura molecolare dell'acido clorogenico
Flavonoidi

Nell’ortica, il composto più rappresentativo è la rutina (quercetina 3-O-rutinoside), alla quale si affiancano kaempferolo, isoramnina e luteolina, tutti dotati di spiccata capacità di interagire con enzimi, recettori e radicali liberi, esercitando così effetti antiossidanti, antinfiammatori, vasoprotettivi e modulanti della risposta immunitaria.

Tavola che illustra alcuni dei principali flavonoidi presenti nelle piante spontanee di ortica

2 – Rizomi dell’ortica

I rizomi (cioè i fusti per lo più sotterranei, simili ad una radice ma con foglie ridotte a squame) presentano una composizione molto diversa: il composto di maggiore interesse è la scopoletina, una idrossicumarina cui vengono attribuite le principali proprietà antinfiammatorie e diuretiche della radice.

Tavola che illustra la struttura chimica della scopoletina

Ai polisaccaridi strutturali (glucani, glucogalacturonani e acido arabinogalattanico) si aggiungono steroli (β-sitosterolo, stigmasterolo, campesterolo), lignani e isolectine.

3 – Olii essenziali

Anche l’olio essenziale contribuisce al profilo bioattivo complessivo. È costituito da una miscela volatile che include carvacrolo, carvone, anetolo, fitolo e iononi (α- e β-ionone).

Tavola che illustra le strutture chimiche dei principali costituenti dell'olio essenziale di ortica, ma presenti anche in altre piante spontanee

Meccanismi d’azione

L’attività biologica dell’ortica non dipende da un singolo principio attivo, ma dall’interazione coordinata di più classi di composti con distinti bersagli molecolari.

Meccanismo antiossidante e scavenging

L’attività antiossidante è il meccanismo d’azione più studiato, legato principalmente all’elevata concentrazione di acidi idrossicinnamici e flavonoidi (Komes D et al., 2011). Questi composti agiscono stabilizzando i radicali liberi tramite la donazione di atomi di idrogeno dai loro gruppi ossidrilici (OH), interrompendo la catena di ossidazione lipidica e prevenendo così la formazione di idroperossidi lipidici (LOOH). Una recente revisione di Jaiswal & Lee (2022) conferma che questa proprietà è alla base di molti effetti biologici della pianta.

Riguardo le proprietà scavenging (di “spazzamento” o “cattura”), queste si riferiscono alla capacità di una sostanza di intercettare e neutralizzare radicali liberi o specie reattive dell’ossigeno prima che danneggino lipidi, proteine o DNA. In pratica, un antiossidante “dona” elettroni o idrogeno ai radicali instabili, stabilizzandoli e interrompendo le reazioni a catena ossidative.

Test in vitro, al riguardo, hanno mostrato una potente capacità di scavenging del radicale DPPH (IC50 = 16.93 μg/mL, cioè basta una quantità relativamente bassa di estratto per ridurre del 50% i radicali DPPH), valore che colloca l’ortica tra le piante a più alto potenziale antiossidante della flora spontanea italiana. Studi successivi hanno ulteriormente caratterizzato questa attività: Chira et al. (2025) su Current Pharmaceutical Biotechnology, hanno riportato per l’olio essenziale un IC50 di 0,14 mg/mL (pari a 140 μg/mL), mentre Ajah et al. (2024) hanno documentato un IC50 di 265,96 μg/mL per l’estratto idroalcolico, evidenziando quindi come la potenza vari in base al tipo di preparazione e alla stagione di raccolta.

Abbiamo approfonditamente trattato i meccanismi antiossidanti in questo articolo del blog.

Meccanismo epatoprotettivo

L’ortica protegge il fegato modulando l’attività di specifici enzimi protettivi. Il trattamento con estratti di ortica aumenta l’attività della paraoxonasi, dell’arilesterasi e della catalasi (Kandis H. et al., 2010). Questo riduce lo stress ossidativo sistemico (diminuendo i livelli di ceruloplasmina come marcatore di stress ossidativo sistemico) e previene inoltre la progressione verso la fibrosi e la cirrosi epatica grazie a meccanismi immunomodulatori (Türkdoğan M.K. et al., 2003).

In un modello di danno epatico indotto da doxorubicina,  Ajah et al. (2024) hanno dimostrato che l’estratto di ortica riduce significativamente i livelli sierici di transaminasi (AST, ALT) e preserva l’architettura tissutale. Uno studio recente su estratti acquosi di foglie di ortica (Muceniece et al., 2025) conferma le proprietà epatoprotettive e antinfiammatorie dell’ortica. Studi precedenti avevano già evidenziato che l’estratto di semi riduce la perossidazione lipidica e potenzia gli enzimi antiossidanti epatici in modelli di tossicità da aflatossine (Yener et al., 2009).

Azione antimicrobica selettiva

Gli estratti di ortica mostrano una spiccata attività contro batteri Gram-positivi e Gram-negativi, inclusi ceppi resistenti come lo Staphylococcus aureus resistente alla meticillina (MRSA). Il meccanismo è attribuito alla capacità dei flavonoidi e degli acidi fenolici di interferire con l’integrità delle membrane batteriche. Kőszegi et al. (2023) hanno osservato che l’attività antimicrobica varia con la stagione di raccolta, con maggiore efficacia verso S. aureus e Candida albicans. Gli estratti mostrano generalmente maggiore sensibilità di S. aureus (inclusi ceppi clinici) rispetto a Escherichia coli, come riportato in vari studi sull’attività antibatterica selettiva.

Effetti cardiovascolari ed inibizione dell’aggregazione piastrinica

A livello cardiovascolare, gli estratti fogliari e i flavonoidi isolati agiscono inibendo l’aggregazione piastrinica indotta dalla trombina (con valori di IC50 tra 0.25 e 0.40 mg/mL), esercitando così un effetto protettivo contro i disturbi circolatori e trombotici. Lo studio originale di El Haouari et al. (2006) ha quantificato questo effetto, mentre una successiva ricerca dello stesso gruppo (El Haouari et al., 2007) ha dimostrato che l’estratto normalizza l’iperaggregabilità piastrinica tipica del diabete di tipo 2.

Effetti sul sistema endocrino e sulla prostata

In medicina tradizionale e moderna, l’ortica è impiegata per trattare le fasi iniziali dell’iperplasia prostatica benigna.

Combinazioni di radice di ortica e Serenoa repens sono supportate da studi clinici per migliorare i sintomi urinari (Sens-Albert C. et al., 2024). Il meccanismo d’azione a livello molecolare prevede l‘inibizione degli enzimi 5-alfa-reduttasi e aromatasi (supportato da review e studi su fitocomposti dell’ortica). Inoltre, sono stati documentati effetti antidiabetici, citotossici contro linee cellulari tumorali di prostata e seno, e proprietà anti-invecchiamento utilizzate in ambito cosmetico (Abi Sleiman et al., 2024). La lectina dell’ortica (UDA) possiede anche un’attività anti-angiogenica, inibendo la neovascolarizzazione in modelli sperimentali (Samadian et al., 2023).

Effetto antinfiammatorio

Flavonoidi come quercetina, kaempferolo e rutina inibiscono la produzione di mediatori proinfiammatori, tra cui TNF-α e ossido nitrico, riducendo l’adesione leucocitaria e modulando le vie di segnalazione dell’infiammazione cronica. Taheri et al. (2022) forniscono una panoramica completa di queste proprietà. L’olio essenziale di ortica, ricco di composti fenolici, ha dimostrato effetti antinfiammatori in modelli in vivo. La scopoletina dei rizomi contribuisce a questo stesso effetto attraverso percorsi molecolari distinti.

Effetti neuroprtettivi

Gli estratti di Urtica dioica hanno dimostrato di avere un potenziale neuroprotettivo. Le malattie neurodegenerative, come Parkinson, Alzheimer, Huntington, colpiscono progressivamente le connessioni neuromuscolari, la memoria e la funzione neurologica sistemica. In un modello sperimentale di Parkinson indotto nei ratti con MPTP (una neurotossina che replica selettivamente il danno dopaminergico), la somministrazione intragastrica di estratto di ortica per 14 giorni (20–80 mg/kg) ha migliorato coordinazione motoria e comportamento, ripristinato i livelli di dopamina, ridotto le citochine pro-infiammatorie TNF-α e IL-1β e ristabilito glutatione e catalasi; l’effetto era potenziato dalla co-somministrazione con minociclina (Bisht et al., 2016). Risultati analoghi avevano ottenuto altri studi precedenti (es. Toldy et al., 2005; Toldy et al., 2009) suggerendo che tali effetti sono legati alle proprietà antiossidanti ed antinfiammatorie degli estratti di ortica.

Effetti sulla rinite allergica

La rinite allergica coinvolge una cascata mediata dalle ciclossigenasi 1 e 2 (COX-1, COX-2), dalla prostaglandina D2 sintetasi ematopoietica (HPGDS), presente nei basofili e nei mastociti, e dalla triptasi, una proteasi serina anch’essa rilasciata dai mastociti in risposta agli allergeni. In uno studio in vitro, Roschek et al. (2009) hanno dimostrato che l’estratto fogliare di Urtica dioica inibisce simultaneamente tutti questi bersagli, compreso il recettore H1 dell’istamina: in maniera meno potente rispetto ai farmaci classici usati in questa patologia, ma significativa per un estratto vegetale grezzoche agisce contemporaneamente su più bersagli della stessa via infiammatoria.

Altre componenti bioattive: micronutrienti essenziali

Accanto ai metaboliti secondari, l’ortica si distingue per un contenuto rilevante di micronutrienti essenziali, tanto che questa pianta è considerata un vero e proprio alimento funzionale.

Le piante spontanee, rispetto alle varietà coltivate, presentano infatti concentrazioni significativamente più elevate di vitamine, minerali e fibre.

L’uso tradizionale dell’ortica nel trattamento dell’anemia rimanda implicitamente al suo apporto di ferro, mentre calcio e potassio contribuiscono al suo profilo minerale complessivo. Rutto et al. (2013) hanno quantificato nelle foglie di ortica valori elevati di ferro, insieme a calcio, potassio e vitamine A e C.

Il fitolo, componente dell’olio essenziale, rappresenta un legame strutturale con la clorofilla, di cui è precursore diretto. I rizomi sono inoltre ricchi di polisaccaridi, come glucani e arabinogalattani, e di fibre, che superano in quantità quelle delle colture industriali. La ricchezza di tannini e vari acidi organici come l’acido caffeilmalico e l’acido p-cumarilmalico, e l’elevato contenuto in vitamine ed acido folico completano il profilo nutrizionale e terapeutico di una pianta capace di agire contemporaneamente come alimento funzionale e come risorsa terapeutica a largo spettro.

Avvertenze. L’ortica può interagire con anticoagulanti (warfarin) per l’elevato contenuto di vitamina K. In gravidanza, dosi elevate di estratto vanno evitate per possibile stimolazione uterina. Le persone in terapia diuretica o ipotensiva devono consultare il medico prima di un uso regolare come integratore.

Suggerimenti pratici

Per la raccolta, è sufficiente indossare guanti e prelevare solo i 4-6 centimetri apicali delle piante giovani, prima della fioritura (marzo-maggio). Una volta sbollentati anche solo 2 minuti, i peli urticanti vengono inattivati e l’ortica diventa del tutto innocua. Si conserva in freezer dopo la sbollentatura.

Immagine che illustra il fiore del cardo mariano, una delle piante spontanee più presenti sugli Appennini centrali
Fir0002/Flagstaffotos, GFDL 1.2 , da Wikimedia Commons

Il cardo mariano è una delle piante medicinali con la storia farmacologica più documentata. La sua fama come epatoprotettore affonda le radici in duemila anni di uso terapeutico, e oggi quella fama è sostenuta da una base di evidenze scientifiche più solida che per qualsiasi altro fitoterapico epatologico.

Distribuzione e riconoscimento

È una pianta erbacea robusta, che può raggiungere i 150 cm, completamente glabra e spinosa, con foglie lucide percorse da venature bianco-latte: una caratteristica che nella tradizione cristiana medievale era associata al latte della Vergine Maria, da cui il nome “marianum”. Cresce spontaneamente in tutto il bacino mediterraneo, nelle zone ruderali, lungo le strade, nelle aree incolte, dal livello del mare alle fasce submontane.

Etnobotanica

Dioscoride, nel I secolo d.C., descriveva il cardo mariano come rimedio per i morsi di serpente. Plinio lo considerava utile contro “malori biliari”. Nel Medioevo era coltivato negli orti dei monasteri come depurativo e tonico epatico.

Nella tradizione appenninica centroitaliana, i giovani germogli primaverili erano consumati crudi in insalata o cotti come le foglie di carciofo.

Composti bioattivi: la silibina e la silimarina

Il principio attivo principale del cardo mariano è la silibina (e i suoi isomeri silibina A e B), il flavonolignano più abbondante del complesso chiamato silimarina, che si estrae dai semi. La silimarina è costituita per circa il 65-80% da silibina, silidianina e silicristina.

Tavola che illustra la struttura chimica della silibina, principale componente della silimarina

La silibina agisce attraverso un ventaglio di meccanismi distinti e complementari che la ricerca biomedica sta ancora mappando nei dettagli molecolari. Non è un semplice antiossidante, né un semplice antinfiammatorio: è un cosiddetto agente pleiotropico, capace cioè di colpire bersagli multipli lungo le stesse catene di danno epatico.

1. Una barriera contro l’assorbimento di tossine: il blocco dei trasportatori di membrana

Il primo meccanismo è anche il più anticamente noto, ed è quello che spiega perché la silibina venga ancora oggi somministrata per via endovenosa nei casi di avvelenamento da Amanita phalloides.

Sulla membrana cellulare degli epatociti esistono trasportatori specifici, gli OATP (polipeptidi trasportatori di anioni organici), che normalmente presiedono all’uptake di acidi biliari e altri substrati endogeni. Il problema è che numerosi agenti epatotossici, comprese le tossine del fungo Amanita phalloides, amatossine e falloidina, entrano negli epatociti proprio attraverso quei trasportatori.

La silibina stabilizza le membrane cellulari e ne regola la permeabilità, impedendo l’ingresso di agenti epatotossici nelle cellule epatiche. In pratica, occupa il trasportatore prima che lo faccia la tossina, agendo come un “tappo competitivo” che interrompe il ciclo entero-epatico dell’amatossina. Questo meccanismo funziona anche per altri xenobiotici: solventi clorurati, paracetamolo in overdose, farmaci antitubercolari come isoniazide e pirazinamide (Zhang-He Goh et al., 2020).

2. Uno scudo antiossidante più potente della vitamina E

Il secondo fronte è quello dello stress ossidativo. L’effetto antiossidante della silibina è attribuibile alla sua capacità di inibire enzimi produttori di ROS, di sequestrare direttamente i radicali liberi, di chelare ioni metallici prevenendone l’assorbimento intestinale, e di promuovere l’espressione di molecole protettive che mitigano lo stress ossidativo. (Karan Wadhwa et al., 2022).

Ma la silibina non si limita a catturare i radicali già formati. Attiva il percorso Nrf2/ARE (Nuclear factor erythroid 2-related factor 2 / Antioxidant Response Element): l’uso di antiossidanti naturali esogeni come la silimarina può attivare vari enzimi antiossidanti e stimolare la via non enzimatica Nrf2, che di conseguenza riduce lo stress ossidativo. Nrf2 è un fattore di trascrizione che, una volta attivato, induce la sintesi di superossido dismutasi (SOD), catalasi (CAT), glutatione perossidasi e, soprattutto, la produzione di glutatione (GSH), il principale antiossidante endogeno del fegato. In modelli sperimentali, la potenza antiossidante della silibina supera quella della vitamina E in certi sistemi di lipoperossidazione.

3. L’attivazione della sintesi proteica e la rigenerazione epatica

La silimarina innesca la rigenerazione epatica potenziando la sintesi di RNA ribosomiale e dell’RNA polimerasi I, stimolando di conseguenza la sintesi proteica e la riparazione delle cellule epatiche danneggiate.

L’azione della silibina come stimolante della RNA polimerasi I avviene selettivamente nelle cellule epatiche non cancerose, con un effetto specifico che non si osserva nelle cellule tumorali, dove questo meccanismo è già cronicamente iperattivato. Il risultato è un incremento della sintesi di tutte le proteine strutturali e funzionali dell’epatocita, incluse quelle coinvolte nella riparazione del DNA. È uno dei motivi per cui la silibina accelera il recupero in condizioni di danno epatico acuto (Karan Wadhwa et al., 2022).

4. Uno stop ai meccanismi dell’infiammazione cronica di basso grado: l’inibizione di NF-κB e dell’inflammasoma NLRP3

Il quarto meccanismo riguarda l’infiammazione cronica.

La down-regulation della via NF-κB da parte della silimarina riduce significativamente i livelli delle citochine pro-infiammatorie TNF-α, IL-6, IL-1β e IL-12β (Karan Wadhwa et al., 2022).

NF-κB è l’interruttore principale dell’infiammazione epatica: la sua attivazione cronica, alimentata da ROS e da lipopolisaccaridi batterici provenienti dal microbiota intestinale, è alla base della progressione dalla steatosi semplice alla steatoepatite non alcolica (NASH) e infine alla fibrosi. Bloccando NF-κB, la silibina spezza questo loop infiammatorio.

Un secondo target antinfiammatorio di recente identificazione è l’inflammasoma NLRP3: la silibina inibisce significativamente l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3 nella NAFLD elevando i livelli di NAD+, il che preserva l’effetto della deacetilasi α-tubulina NAD+-dipendente SIRT2 e frena l’attivazione dell’inflammasoma NLRP3 promossa dall’α-tubulina acetilata. Si tratta di una cascata molecolare scoperta di recente, che collega il metabolismo energetico mitocondriale (NAD+) all’infiammazione tissutale e che la silibina modula con una precisione sorprendente per una molecola di origine vegetale.

5. Un regolatore del metabolismo farmacologico: l’azione sul citocromo P450

Il quinto meccanismo è quello farmacologicamente più delicato, perché riguarda le interazioni con altri farmaci. La silibina modula l’attività del sistema del citocromo P450, cioè la grande famiglia di enzimi epatici responsabile della biotrasformazione della maggior parte dei farmaci in commercio. La silimarina inibisce il sistema di detossificazione epatica del citocromo P450 (CYP). La silibina è in grado di inibire numerose attività enzimatiche CYP epatiche. Questo effetto potrebbe spiegare le proprietà epatoprotettive della silimarina nell’intossicazione da Amanita phalloides. Sage Journals.

Sul piano clinico, questo significa che la silibina può alterare il metabolismo di farmaci metabolizzati da CYP3A4, CYP2C9 e CYP2D6, tra cui warfarin, alcuni immunosoppressori, statine e antiretrovirali. Un’informazione rilevante per medici e farmacisti, che devono sempre tenere conto di queste possibili interazioni farmacocinetiche nei pazienti in polifarmacoterapia.

6. L’attività anti fibrosi epatica

Un capitolo a parte merita l’attività antifibrotica, in parte ascrivibile alla taxifolina, il flavonoide presente nella silimarina accanto ai flavonolignani, ma condivisa anche dalla silibina stessa.

Tavola che illustra la struttura della taxifolina

La fibrosi epatica è il risultato della trasformazione delle cellule stellate epatiche (HSC) in miofibroblasti, cellule produttrici di collagene che progressivamente sostituiscono il parenchima funzionale con tessuto cicatriziale. La silimarina compromette la proliferazione delle HSC e ne impedisce la trasformazione in miofibroblasti, down-regolando al contempo l’espressione genica dei componenti della matrice extracellulare richiesti durante la fibrosi (Wadhwa K. et al., 2022). Studi sperimentali hanno dimostrato che la silimarina riduce collagene e pro-collagene III del 30% dopo ostruzione biliare nei ratti.

Studi clinici

Le prove scientifiche sull’efficacia del cardo mariano si sono concentrate principalmente su due aree: la steatosi epatica e le epatiti virali.

1. Steatosi epatica associata a disfunzione metabolica ed epatopatia alcolica

Questa è l’area in cui le evidenze sono più promettenti e consistenti.

  • Riduzione degli enzimi epatici (ALT e AST): Diversi studi confermano che la silimarina è efficace nel ridurre i marcatori classici del danno epatico.
    • Una revisione narrativa del 2020 ha riassunto come la silimarina abbia mostrato effetti epatoprotettivi in studi clinici su pazienti con steatosi epatica alcolica e non alcolica, inclusi quelli con cirrosi. In un’analisi aggregata di trial su pazienti cirrotici, il trattamento con silimarina è stato associato a una significativa riduzione della mortalità correlata al fegato (Gillessen A. et al., 2020) .
    • Una metanalisi del 2024, pubblicata su Food Science & Nutrition, ha confrontato l’efficacia di diversi polifenoli in 27 studi, per un totale di 1691 partecipanti. I risultati mostrano che, nei pazienti con malattia epatica cronica, la silimarina ha l’effetto più potente di tutti nel ridurre i livelli di due marcatori classici del danno epatico, cioè ALT (alanina aminotransferasi) e AST (aspartato aminotransferasi), con una riduzione media rispettivamente di -6.44 U/L e -6.99 U/L, confermando la sua efficacia nel migliorare i parametri di laboratorio (Huang Q. et al., 2024).

Limiti e considerazioni: Nonostante questi dati positivi, il quadro non è completamente univoco. Una revisione del MSD Manuals (luglio 2025) cita una metanalisi del 2007 che, limitandosi agli studi di alta qualità, non ha trovato una riduzione significativa della mortalità correlata al fegato, suggerendo la necessità di studi meglio progettati . Inoltre, uno studio del 2019 (Navarro V.J. et al., 2019) su pazienti con steatoepatite non alcolica non ha dimostrato l raggiungimento di significativi miglioramenti istologici, anche se, per la verità, lo studio ha avuto limiti metodologici legati all’arruolamento dei pazienti .

2. Epatite Virale (B e C)

L’efficacia del cardo mariano nelle epatiti virali è meno chiara rispetto alla steatosi.

  • Una revisione Cochrane del 2007 e successive metanalisi hanno concluso che, sebbene la silimarina sia ben tollerata, non fornisce un beneficio complessivo significativo in termini di riduzione della carica virale (HCV RNA) o di miglioramento dell’istologia epatica nei pazienti con epatite C (Rambaldi A. et al., 2007).
  • Uno studio australiano del 2015 (pubblicato nel 2019) ha però mostrato che la combinazione di silimarina con altri 13 antiossidanti (SOX) ha portato a una normalizzazione dell’ALT e a un miglioramento della qualità della vita nei pazienti con epatite C, anche senza modificare la carica virale. Questo suggerisce un possibile ruolo come terapia di supporto per ridurre l’infiammazione e lo stress ossidativo associati alla malattia cronica (Ses J. et al., 2019).

Nuove frontiere di ricerca: chemioterapia e altro

La ricerca sta esplorando nuove applicazioni della silimarina, sfruttando le sue proprietà antiossidanti, antinfiammatorie e antiproliferative.

  • Protezione epatica indotta da chemioterapia: Uno studio pubblicato nel gennaio 2025 su Research in Pharmaceutical Sciences ha indagato l’effetto della silimarina in un modello murino di cancro al colon trattato con chemioterapici (capecitabina e irinotecan). I risultati hanno dimostrato che la supplementazione con silimarina non solo ha mitigato l’epatotossicità indotta dalla chemioterapia, ma ha anche migliorato l’efficacia antitumorale del trattamento, riducendo i marcatori infiammatori e lo stress ossidativo (Hassani S. et al., 2025).
  • Controllo glicemico e lipidico: Diversi studi e metanalisi hanno riscontrato benefici metabolici aggiuntivi. Una metanalisi di 7 studi (370 pazienti) ha rilevato che il cardo mariano riduce significativamente la glicemia a digiuno di 37.9 mg/dL e l’emoglobina glicata (HbA1c) dell’1.4% (Hadi A. et al., 2018). Un’altra ha confermato la riduzione del colesterolo totale e LDL 

Per concludere, particolarmente interessanti sono i dati di sicurezza: la silimarina è stata considerata sicura anche a dosi elevate (700 mg/die) nei trial clinici. Ricerche più recenti, anche successive al 2024, esplorano il potenziale della silibina nella protezione epatica indotta da chemioterapia.

Sicurezza della silimarina e possibili effetti collaterali

Profilo di sicurezza

Un dato solido e trasversale è che la silimarina è considerata sicura e ben tollerata anche a dosi elevate. Uno studio di fase I su pazienti con epatite C ha testato dosi orali fino a 700 mg tre volte al giorno (2.1 g/die) , riportando l’assenza di eventi avversi gravi correlati al farmaco (Hawake R.L. et al, 2013) .

La sua sicurezza è stata inoltre confermata da una metanalisi Cochrane (2007) di 13 studi clinici randomizzati su un totale di 915 pazienti, che non ha rilevato un aumento significativo degli effetti avversi (Rambaldi A. et al., 2007).

Effetti collaterali

Quando si verificano, sono generalmente lievi e di natura gastrointestinale. Tuttavia, è importante notare che il cardo mariano può potenziare l’effetto di alcuni farmaci metabolizzati dal CYP3A4 e CYP2C9 (es. warfarin, diazepam, aloperidolo, farmaci antidiabetici, inibitori delle proteasi).

Inoltre, le donne con patologie sensibili agli ormoni (es. cancro al seno, all’utero e alle ovaie; endometriosi; fibromi uterini) devono evitare le parti aeree del cardo mariano.

Nelle rare allergie alle Asteraceae (la stessa famiglia delle margherite, delle calendule e dei crisantemi), il cardo mariano è sconsigliato. In gravidanza e allattamento i dati sono insufficienti.

Suggerimenti pratici

L’uso alimentare è semplice: i giovani capolini primaverili, mondati delle spine, si cucinano come i carciofi, in padella con aglio e olio, in pinzimonio, o ripieni. I semi macinati possono essere aggiunti a smoothie e yogurt. Per un effetto epatoprotettore più specifico, si ricorre a estratti standardizzati in silimarina al 70-80%, generalmente sotto forma di capsule o compresse.

Immagine che mostra il fiore azzurro della borragine, una delle piante spontanee con le più ricche proprietà
Ian Alexander, CC BY-SA 4.0 , da Wikimedia Commons

La borragine è una delle piante spontanee più belle dell’orto mediterraneo: con i suoi fiori a stella di un azzurro intenso, uno dei pochissimi blu puri del mondo vegetale, ha ispirato pittori fiamminghi e poeti, oltre che generazioni di cuochi e guaritori.

Distribuzione e riconoscimento

La borragine è una pianta annua o biennale, alta fino a 80 cm, con fusto e foglie coperti di peli ispidi bianchi che le danno un aspetto argenteo. Fiorisce da aprile a settembre. Cresce spontaneamente in tutto il bacino mediterraneo, sino a 1.800 m di altitudine, preferendo terreni ricchi e ben drenati. In Italia è comune nei prati incolti, negli orti e ai margini dei campi.

Etimologia e tradizione

Il nome ha origini incerte: alcuni lo fanno derivare dall’arabo “abū-rāsh” (padre del sudore), in riferimento alle sue proprietà diaforetiche; altri dal latino “cor” (cuore) attraverso “corago”, termine che indicava le piante tonico-cardiache. La tradizione celtica attribuiva alla borragine il potere di infondere coraggio ai guerrieri, e la citazione medievale più nota, ego borago, gaudia semper ago (“io, borragine, sempre porto gioia”), la vedeva come antidepressivo naturale.

Effetti biologici della borragine

La borragine (Borago officinalis) è una pianta che nasconde la sua complessità chimica. I fiori stellati, di un blu intenso dovuto alla presenza delle antocianine delfinidina e cianidina, contengono flavonoidi come la isoquercetina (Karimi E. et al., 2017), e inoltre molecole caratteristiche della specie, tra cui l’officinalioside, un glicoside fenilpropanoide di recente identificazione, caratteristico della specie (Samy M.N et al., 2015)

Ma è nei semi, e nell’olio che se ne ricava, che la borragine esprime il suo profilo nutraceutico più potente.

L’olio di borragine e l’acido gamma-linolenico

L’olio di semi di Borago officinalis è speciale perché è la fonte vegetale più ricca al mondo di acido gamma-linolenico (GLA), con una concentrazione che può arrivare al 20-26% degli acidi grassi totali.

A differenza della maggior parte degli omega-6 (che hanno spesso effetto pro-infiammatorio), il GLA ha invece un effetto antinfiammatorio. Come mai? Perché nel nostro corpo si trasforma in un intermedio chiamato DGLA (acido diomo-gamma-linolenico), che poi, a sua volta, da una parte genera due molecole “buone”, prostaglandina E1 (PGE1) e acido 15-idrossieicosatrienoico (15-HETrE), che combattono l’infiammazione, dilatano i vasi e abbassano la pressione, e dall’altra compete con la sintesi dell’acido arachidonico, determinando un calo dei suoi metaboliti proinfiammatori (PGE2, leucotrieni della serie 4 e fattore attivante le piastrine PAF) (Sergeant S. et al., 2016).

La tavola illustra le vie metaboliche percorse dall'acido gamma-linolenico
1. La sintesi delle molecole “buone” PGE1 e 15-HETrE

Il percorso biochimico è il seguente: il GLA ingerito viene allungato dall’enzima elongasi 5 (ELOVL5) a DGLA (Acido diomo-gamma-linolenico), che si accumula nelle membrane fosfolipidiche delle cellule infiammatorie, vale a dire leucociti (globuli bianchi, specialmente macrofagi e neutrofili) e altre cellule del sistema immunitario quando vengono reclutate in un tessuto danneggiato o infetto per difendere l’organismo. Il fatto che il DGLA si accumuli nelle membrane fosfolipidiche delle cellule infiammatorie che migrano verso il tessuto danneggiato garantisce che il rilascio dei metaboliti attivi abbia una azione locale, mirata al tessuto interessato, solo nel punto di bisogno.

A questo punto si aprono due vie metaboliche convergenti:

  • Il DGLA viene trasformato via ciclossigenasi (COX-1 e COX-2) in prostaglandine della serie 1, soprattutto PGE1,
  • oppure convertito via 15-lipossigenasi in 15-HETrE.

Entrambi questi metaboliti sopprimono l’infiammazione, promuovono la vasodilatazione, abbassano la pressione arteriosa e inibiscono la proliferazione delle cellule muscolari lisce.

In particolare, la PGE1 è un eicosanoide con un profilo farmacologico di rara versatilità: la sua produzione endogena ha effetti antinfiammatori e di modulazione della reattività vascolare che si distinguono nettamente da quelli proinfiammatori della PGE2, suggerendo che un incremento endogeno di PGE1 potrebbe avere effetti terapeutici favorevoli modulando o sopprimendo gli effetti della PGE2.

2. Il doppio freno sull’infiammazione: la competizione con l’acido arachidonico

Il secondo meccanismo è altrettanto rilevante, e funziona per competizione. L’aumento di DGLA rispetto all’acido arachidonico (AA) è in grado di attenuare la biosintesi dei metaboliti dell’AA, e cioè prostaglandine della serie 2 (PGE2), leucotrieni della serie 4 (LTB4) e fattore attivante le piastrine (PAF), esercitando così un effetto antinfiammatorio documentato nell’uomo.

In altre parole, il GLA riequilibra il profilo eicosanoide delle cellule infiammatorie, spostando la bilancia dai mediatori pro-infiammatori verso quelli regolativi.

3. Soppressione del TNF-α

Un meccanismo molecolare aggiuntivo riguarda la soppressione del TNF-α (Tumor Necrosis Factor alpha) una citochina pro-infiammatoria prodotta principalmente dai macrofagi e dai linfociti T attivati, che svolge un ruolo chiave nell’infiammazione sistemica e nella risposta immunitaria acuta.

In condizioni fisiologiche, livelli moderati di TNF-α aiutano a combattere le infezioni e a coordinare la riparazione tissutale.

Tuttavia, quando la sua produzione diventa cronica o eccessiva, TNF-α promuove l’attivazione dei neutrofili e dei macrofagi, l’aumento della permeabilità vascolare (edema), la stimolazione della sintesi di altre citochine infiammatorie (IL-1, IL-6), la distruzione della cartilagine e dell’osso (es. nell’artrite reumatoide), febbre e cachessia (perdita di massa muscolare).


L’enzima che invecchia: il ruolo della delta-6-desaturasi

Un aspetto spesso trascurato, ma clinicamente rilevante, riguarda il deficit di delta-6-desaturasi, cioè l’instaurarsi di una carenza dell’enzima che normalmente converte l’acido linoleico in GLA nel metabolismo endogeno.

Questo enzima vede la sua attività ridursi fisiologicamente con l’invecchiamento, in condizioni di diabete, consumo di alcol ed esposizione a radiazioni. La perdita di attività della delta-6-desaturasi con l’invecchiamento porta a carenze di GLA, DGLA e PGE1: proprio la PGE1 attiva i linfociti T, inibisce la proliferazione della muscolatura liscia e la trombosi, ed è un candidato plausibile come fattore protettivo chiave perduto nell’invecchiamento. (Horrobin D. F., 1981; Arshad Z. et al., 2019).

Questo spiega perché la supplementazione esogena di GLA tramite olio di borragine sia particolarmente rilevante in alcune categorie di pazienti: permette infatti di bypassare un collo di bottiglia metabolico (appunto il deficit di delta-6-desaturasi) che si stringe via via con il passare degli anni (Biagi P.L. et al., 1991)

Tavola che illustra la sintesi dell'acido gamma-linolenico a partire dall'acido linoleico tramite l'azione dell'enzima delta-6-saturasi

La stessa logica si applica alla dermatite atopica, una condizione in cui, infatti, è stata documentata una ridotta attività della delta-6-desaturasi, con conseguenti livelli elevati di acido linoleico e ridotti di GLA, e bassi livelli dei suoi metaboliti PGE1 e 15-HETrE.

I polifenoli delle foglie e dei fiori: il secondo fronte antiossidante

Mentre nei semi domina il profilo lipidico, nelle parti aeree della pianta, invece, agisce un secondo arsenale di molecole bioattive a struttura polifenolica. L’analisi degli estratti di B. officinalis ha identificato dodici composti, tra cui flavonoidi (astragalina, kaempferolo-4-glucoside, rutosio e vitexina) e acidi fenolici (acido caffeico, clorogenico, ferulico, rosmarinico e siringico). I test su cheratinociti e fibroblasti umani hanno mostrato che gli estratti riducono significativamente il livello intracellulare di specie reattive dell’ossigeno nelle cellule cutanee (Michalak M. et al., 2023).

A differenza della silibina, che agisce prevalentemente su enzimi produttori di ROS e sul percorso Nrf2, i polifenoli della borragine esercitano la loro attività antiossidante soprattutto attraverso scavenging diretto dei radicali liberi e inibizione della lipoperossidazione, un meccanismo più “diretto” e meno mediato dalla regolazione trascrizionale. Non è escluso un coinvolgimento di Nrf2, ma i dati disponibili non lo documentano con la stessa solidità con cui è stato descritto per silimarina e polifenoli dell’ortica.

Un profilo d’azione sinergico: l’olio intero di borragine è più efficace

Il dato forse più interessante emerso dalla ricerca recente è che l’olio intero di borragine mostra effetti superiori al GLA isolato, a supporto del valore sinergico dell’intera matrice fitochimica nell’esercitare gli effetti terapeutici. Questa osservazione, comune a molte piante medicinali, suggerisce che la dicotomia “olio attivo vs. parte erbacea inerte” sia una semplificazione: la borragine sembra agire su due fronti complementari, quello lipidico-eicosanoide attraverso l’olio di semi, e quello antiossidante-polifenolico attraverso gli estratti fogliari e floreali.

Studi scientifici

Artrite reumatoide

La ricerca clinica sull’olio di semi di borragine ha prodotto evidenze moderate a sostegno del suo impiego come coadiuvante nelle patologie infiammatorie, in particolare nell’artrite reumatoide. Una revisione Cochrane del 2011 ha concluso che gli oli contenenti GLA (borragine, enotera, ribes nero) forniscono un beneficio nel ridurre il dolore articolare, la rigidità mattutina e la disabilità, con una riduzione media del dolore di circa 33 punti su una scala da 0 a 100 rispetto al placebo. Gli effetti sono considerati clinicamente rilevanti, anche se modesti, e senza aumento statisticamente significativo di eventi avversi (Cameron M., 2011; Reed G. W. et al., 2014).

Dermatite atopica

Relativamente agli effetti benefici sulla dermatite atopica, i risultati sono contrastanti. Alcuni trial mostrano miglioramenti modesti nella gravità della malattia, nell’idratazione cutanea e nella riduzione dell’uso di steroidi (soprattutto in sottogruppi o con dosi elevate di GLA), mentre altri studi non hanno rilevato differenze statisticamente significative rispetto al placebo. L’olio di borragine può essere utile in alcuni pazienti con forme lievi-moderate (Foster R. H. et al., 2010).

Asma bronchiale

I dati preliminari suggeriscono invece effetti benefici nell’asma bronchiale. Un trial randomizzato di fase II ha dimostrato che l’estratto di Borago officinalis migliora i parametri clinici e fisiologici nell’asma persistente moderata (Mirsadraee M. et al., 2016).

Effetti delle parti aeree

Per quanto riguarda le foglie ed i fiori (cioè le parti aeree), gli estratti idroalcolici o metanolici mostrano attività antiossidante e anti-infiammatoria in modelli cellulari, riducendo i livelli intracellulari di ROS, la lipoperossidazione e marcatori infiammatori. Questi effetti sono attribuiti principalmente all’alto contenuto di acido rosmarinico (spesso il composto fenolico dominante) e ad altri polifenoli/flavonoidi (rutina, astragalina, kaempferolo derivati, vitexina, acido caffeico, ferulico, ecc.). La delphinidina (un’antocianina presente nei fiori) contribuisce all’attività antiossidante, anche se l’acido rosmarinico è il principale responsabile documentato (Michalak M. et al., 2023; Segovia F. et al., 2014).

Avvertenze importanti

Gli alcaloidi pirrolizidinici

La borragine contiene alcaloidi pirrolizidinici (APT), in particolare la licopsamine e la intermedia, in concentrazioni più elevate nelle parti verdi (foglie, fusto) che nei fiori e nei semi. Gli APT sono epatotossici e potenzialmente cancerogeni, e la loro presenza impone alcune cautele:

  • il consumo delle foglie crude in quantità rilevanti e frequente non è raccomandato;
  • l’uso medicinale di estratti interi non standardizzati deve essere supervisionato.
  • I fiori e l’olio di semi sono però considerati sicuri.

L’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha raccomandato di limitare l’esposizione agli APT nella dieta. L’uso in gravidanza e allattamento è controindicato.

Simultanea assunzione di FANS e olio di borragine

  • FANS non selettivi (es. Aspirina, Ibuprofene) bloccano sia COX-1 che COX-2, dando origine ad un effetto collaterale interessante, descritto in letteratura: questa inibizione porta a un accumulo intracellulare dei precursori degli eicosanoidi, come il DGLA, impedendo di fatto la conversione del DGLA in PGE1 e bloccandone l’effetto antinfiammatorio visto sopra.
  • FANS selettivi (Coxib, es. Celecoxib): questi inibiscono quasi esclusivamente l’enzima COX-2. Poiché la conversione del DGLA in PGE1 può avvenire anche attraverso l’enzima COX-1 (che non viene bloccato), la riduzione della PGE1 potrebbe essere meno marcata (Levin G. et al, 2002).

Quindi, se si assume contemporaneamente olio di borragine e un FANS non selettivo (come ibuprofene o naprossene), l’azione antinfiammatoria attribuibile all’integratore viene neutralizzata dal farmaco. In pratica, annulli il beneficio per cui prenderesti l’olio di borragine. Con i FANS selettivi per COX-2 (come il celecoxib), poiché la PGE1 può essere prodotta anche dalla COX-1 (non bloccata da questi farmaci), l’effetto riduttivo sarebbe teoricamente minore, ma comunque presente.

Suggerimenti pratici

I fiori cristallizzati con albumina e zucchero sono un’elegante decorazione di dolci. Le foglie giovani, usate in piccola quantità, si aggiungono a insalate e minestre nella tradizione ligure. Il consumo culinario moderato e stagionale è considerato tradizionalmente sicuro. Per l’olio di semi, le capsule standardizzate sono la forma più sicura di integrazione.


Immagine che illustra il fiore del finocchio selvatico, una delle piante spontanee più usate nella medicina popolare
Kevin Thiele from Perth, Australia, CC BY 2.0 , da Wikimedia Commons

Il finocchio selvatico è una di quelle piante spontanee che gli italiani conoscono istintivamente, ma spesso senza sapere quanto sia complessa e ricca la sua farmacologia. Diverso dal finocchio da orto (la varietà azoricum, coltivata per il bulbo), il finocchio selvatico è tutto aroma, foglie e semi: una pianta mediterranea per eccellenza.

Distribuzione e riconoscimento

Pianta ombrellifera alta anche 2 metri, con foglie finemente divise in lacinie filiformi, fiori gialli riuniti in ombrelle, e frutti (impropriamente chiamati “semi”) di colore verde-grigiastro con un intenso profumo aninico. Cresce dal livello del mare sino a circa 1000 m, preferendo luoghi soleggiati, secchi e sassosi, lungo scarpate, bordi di strade, ex-coltivi. È diffuso in tutta Italia, ma particolarmente abbondante nelle regioni centromeridionali.

Etimologia e tradizione

Il nome latino foeniculum deriva da “foenum” (fieno), per i suoi sottili germogli simili a fili d’erba e per l’intenso odore aromatico. Nella medicina ippocratica era considerato galattogogo (stimolante la produzione di latte); nella tradizione popolare appenninica era usato per trattare i coliche gassose dei bambini piccoli, come carminativo in caso di meteorismo, e come decotto digestivo post-pasto. I “semi” (frutti) erano masticati come rimedio istantaneo per il mal di pancia durante i lavori nei campi.

Composti bioattivi

La fitochimica del finocchio è dominata dall’olio essenziale ricavato dai frutti, che costituisce la frazione più studiata e farmacologicamente attiva della pianta. La sua composizione è relativamente costante nelle varietà officinali: il trans-anetolo rappresenta dal 50 all’80% del totale, seguito dal fencone (15-20%), dall’estragolo e dall’estragolio.

Il trans-anetolo

È il trans-anetolo, un composto aromatico ampiamente diffuso in natura e presente negli oli essenziali di molte piante (compresa l’ortica) a conferire al finocchio il caratteristico profumo di anice. È stato dimostrato che l’anetolo ha proprietà antibatteriche e antifungine in vitro, nonché attività antinfiammatoria e analgesica in vivo (Ritter et al., 2013; ed è lui il principale responsabile dell’attività spasmolitica e carminativa del finocchio selvatico, conosciutissima dalla tradizione popolare.

Effetti del trans-anetolo sulla muscolatura liscia intestinale

Il meccanismo con cui il trans-anetolo rilassa la muscolatura liscia intestinale è oggi chiarito a livello molecolare. Studi su modelli animali hanno dimostrato che l’olio essenziale di finocchio, e il trans-anetolo in particolare, riduce la motilità intestinale spastica agendo come antagonista dei canali L del calcio a livello della muscolatura liscia intestinale: in pratica, blocca l’ingresso di ioni calcio nelle cellule muscolari lisce dell’intestino impedendo la contrazione sostenuta che genera crampi e dolore (A Young Han et al., 2016).

Effetti del trans-anetolo sul recettore TRPA1

Un secondo bersaglio molecolare identificato dalle ricerche più recenti è il recettore TRPA1, un canale ionico presente nei neuroni sensoriali: il trans-anetolo è un agonista selettivo di questo recettore (cioè lo attiva selettivamente) innescando un flusso di calcio con effetti che contribuiscono al profilo farmacologico complessivo della pianta (Memon T. et al., 2019)

L’acido rosmarinico

Una seconda molecola chimica di notevole interesse è l’acido rosmarinico, un estere dell’acido caffeico e dell’acido 3,4-diidrossifenillattico, uno dei principali responsabili dell’attività antiossidante e antinfiammatoria del finocchio. Nonostante il nome evochi il rosmarino, questo composto è distribuito in numerose piante aromatiche della famiglia delle Lamiaceae e delle Apiaceae, tra cui, appunto, il finocchio.

La sua attività antiossidante e antinfiammatoria è documentata in numerosi modelli sperimentali:

  • da un lato ha proprietà scavenging (di “spazzamento” o “cattura”), rimuovendo i radicali liberi,
  • dall’altro inibisce due enzimi chiave delle cascate infiammatorie, la lipossigenasi e la cicloossigenasi, riducendo la produzione di mediatori dell’infiammazione.

È quindi l’acido rosmarinico, più che l’olio essenziale, il principale responsabile della componente antinfiammatoria del finocchio.

Altre componenti

Il profilo fitochimico si completa con una serie di flavonoidi (quercetina, rutina, kemferolo) che amplificano l’azione antiossidante, e con micronutrienti come vitamina C, β-carotene, calcio, ferro, potassio e fibre alimentari. Questi ultimi contribuiscono al valore nutrizionale della parte edule della pianta (bulbo e foglie), ma pesano meno nell’analisi farmacologica degli estratti concentrati.

Fitoestrogeni

Un capitolo a parte merita il contenuto in fitoestrogeni.

Il finocchio contiene diannetolo e fotoanetolo, derivati del trans-anetolo con struttura molecolare abbastanza simile agli estrogeni endogeni da legarsi ai recettori estrogenici (ER) e indurre una risposta biologica analoga, seppur più debole. Questa proprietà fitoestrogenica spiega, da un lato, l’uso tradizionale del finocchio come galattagogo, per favorire la produzione di latte materno, e, dall’altro, l’uso come rimedio per i disturbi mestruali, inclusa la dismenorrea.

Al tempo stesso, questa proprietà fitoestrogenica impone alcune cautele pratiche. Mentre in dosi alimentari normali, per esempio una tisana occasionale di finocchio selvatico opure i suoi semi usati come spezia, l’apporto di diannetolo e fotoanetolo è trascurabile e non pone problemi per la quasi totalità delle persone, il discorso cambia con gli integratori concentrati. Infatti capsule di estratto secco, tinture madri o oli essenziali dosati a scopo terapeutico contengono queste molecole in quantità molto superiori, sufficienti a produrre un effetto estrogenico misurabile.

Per le donne in terapia ormonale sostitutiva, che assumono estrogeni per gestire i sintomi della menopausa, un apporto aggiuntivo di fitoestrogeni derivati da estratti concentrati di finocchio può invecealterare l’equilibrio ormonale su cui è calibrata la terapia, rendendo così più difficile mantenere il dosaggio ottimale.

Per le donne con tumori estrogeno-dipendenti, in particolare alcuni tipi di tumore al seno che esprimono recettori estrogenici (ER+), il problema è più diretto: questi tumori crescono in risposta agli estrogeni, e qualsiasi molecola in grado di attivare quegli stessi recettori, anche se di origine vegetale e con potenza inferiore, rappresenta purtroppo un segnale indesiderato. Si tratta di una precauzione razionale e clinicamente fondata rispetto all’uso di preparati fitoterapici a dosi significative.

Studi scientifici

Le proprietà del finocchio sono supportate da un’ampia mole di studi scientifici, molto più consistente di quella delle altre piante considerate.

Coliche Infantili

Uno studio randomizzato e controllato del 2003 (Alexandrovich I. et al., 2003) ha dimostrato che l’emulsione di olio di finocchio ha eliminato le coliche nel 65% dei neonati trattati, contro il 23.7% del gruppo placebo. Una revisione narrativa del 2024 conferma la riduzione significativa degli episodi di pianto (Salvatore S. et al., 2024).

Sindrome dell’intestino irritabile (IBS)

Uno studio randomizzato controllato del 2016 ha testato una combinazione di curcuma e olio essenziale di finocchio in 121 pazienti con IBS lieve-moderata. Dopo 30 giorni, si è osservata una riduzione significativa dei sintomi (punteggio IBS-SSS) nel gruppo trattato (50.05%) rispetto al placebo (26.12%) (Portincasa P. et al., 2016).

Dismenorrea (mestruazioni dolorose)

Una revisione sistematica del 2024 (Mazzei, R. et al., 2024) conferma l’efficacia del finocchio nel ridurre l’intensità del dolore nella dismenorrea primaria. Alcuni studi hanno mostrato un sollievo paragonabile a quello di un FANS come l’acido mefenamico (Modaress Nejad, V., & Asadipour, M., 2006).

Protezione del fegato

  • Via Nrf2: Uno studio giapponese del 2018 ha dimostrato che l’olio essenziale di finocchio protegge il fegato dal danno indotto dal paracetamolo nei ratti, attivando la via di segnalazione Nrf2 e aumentando enzimi antiossidanti di difesa come eme-ossigenasi-1 (HO-1) e glutammato-cisteina ligasi (GCL) (Sallam N.A. et al. 2018).
  • Modelli Tossicologici: Una recente ricerca ha evidenziato che estratti di semi e germogli di finocchio hanno protetto i ratti dalla tossicità epatica indotta sperimentalmente da tetracloruro di carbonio (CCl4) e dal conseguente stress ossidativo (Barakat H. et al., 2022)

Microbiota intestinale

Una ricerca pubblicata nel 2024 ha dimostrato che l’olio essenziale di finocchio in capsule ha aumentato la popolazione di batteri benefici del genere Lactobacillus nel digiuno e nell’ileo di polli da carne, con conseguente aumento del peso corporeo, aumento dello spessore degli strati mucosali e muscolari nell’intestino tenue e aumento significativo dell’espressione del gene antinfiammatorio IL-10, suggerendo quindi un potenziale effetto prebiotico (İpçak H. et al., 2024).

Attività antimicrobica

In uno studio del 2019 pubblicato sulla Revista Cubana De Plantas Medicinales, l’olio essenziale di finocchio ha mostrato una potente attività anti-Helicobacter pylori in vitro, raggiungendo un’azione simile a quella della claritromicina, un antibiotico di riferimento (Tabti M. et al., 2019)

Effetti cardiovascolari

Una revisione completa del 2025 ha analizzato numerosi studi che indicano come il finocchio possa contribuire alla salute cardiovascolare grazie alle sue proprietà antipertensive, vasorilassanti e antinfiammatorie (Zahi A. et al., 2025)

Avvertenze

Il finocchio selvatico è generalmente sicuro nell’uso alimentare abituale. Va distinto con cura dal cicutaccio (Apium nodiflorum) e soprattutto dalla cicuta maggiore (Conium maculatum), altamente tossica, che in certi stadi di crescita può essere confusa da raccoglitori inesperti. La distinzione si basa sull’odore (la cicuta odora di topo, non di anice) e sulla presenza di macchie rossastre sul fusto.

Suggerimenti pratici

Le foglie fresche si usano su pesce arrosto, in pasta e legumi, in frittate. I “semi” essiccati sono indispensabili nella salsiccia calabrese e nei taralli pugliesi. Un cucchiaino di semi in infusione per 10 minuti è il rimedio domestico classico per meteorismo e digestione lenta.

Immagine che illustra il fiore della malva
Dominicus Johannes Bergsma, CC BY-SA 4.0 , da Wikimedia Commons

La malva, tra le piante spontanee medicinali, è forse quella con il più lungo e ininterrotto curriculum d’uso nella storia della medicina occidentale. Citata da Ippocrate, Teofrasto, Dioscoride, Plinio, e poi da ogni erbario medievale, ha attraversato duemila anni di medicina empirica per arrivare alla validazione farmacologica moderna con la sua reputazione quasi intatta.

Distribuzione e riconoscimento

La malva è una pianta erbacea annua, biennale o perenne, con fusto eretto o prostrato fino a 80 cm, foglie palmate a 5-7 lobi con margine irregolarmente dentato, e fiori rosei con striature violacee più scure. Cresce in tutta Italia, dagli ambienti costieri alle quote collinari, in campi incolti, bordi stradali, ruderi. Fiorisce da maggio a settembre.

Etimologia

Il nome latino Malva e il greco malákhe rimandano entrambi al concetto di emollienza, “ammorbidire”: il principale attributo terapeutico popolare di questa pianta è, sin dall’antichità, la capacità di lenire, ammorbidire e proteggere le mucose infiammate.

Composti bioattivi

Il profilo fitochimico della malva è ricco e variegato, capace di spiegare le sue molteplici proprietà terapeutiche.

Mucillagini

Il segreto farmacologico della malva risiede principalmente nelle sue mucillagini, presenti soprattutto nelle foglie e nei fiori. Sono responsabili dell’effetto emolliente su mucose respiratorie, digestive e urinarie: a contatto con l’acqua, formano un gel che riveste e lenisce le mucose infiammate. Studi hanno caratterizzato queste mucillagini come polisaccaridi acidi idrofili ad alto peso molecolare, composti da L-rhamnosio, D-galattosio, acido D-galatturonico e acido D-glucuronico.

Polifenoli e flavonoidi

La malva è una fonte preziosa di antiossidanti. Tra i flavonoidi troviamo malvidina, un’antocianidina dal forte potere antiossidante, la stessa che dà il colore al vino rosso. Inoltre troviamo quercetina, vitexina e iperoside. Altri polifenoli come l’acido rosmarinico e gli ellagitannini contribuiscono alle sue attività.

Altri bioattivi

La malva contiene contiene anche Malvone A, un composto responsabile dell’azione antibatterica, oltre a vitamine A, C, E, carotenoidi come la luteina e la β-criptoxantina e minerali.

Meccanismi d’azione

Azione antinfiammatoria su due fronti

La malva combatte l’infiammazione agendo su due livelli distinti:

  1. Barriera Fisica (Mucillagini): Il gel delle mucillagini, come detto, crea un film protettivo sulle mucose digestive, respiratorie, urinarie, difendendole da agenti irritanti e calmando l’infiammazione.
  2. Azione Biochimica (Polifenoli): A livello cellulare, la frazione polifenolica agisce in profondità.
    • Inibizione delle Citochine: Uno studio del 2023 ha dimostrato che l’estratto della malva e la sua frazione polifenolica possiedono in vitro un’attività inibitoria sulla risposta infiammatoria mediata da lipopolisaccaridi batterici (LPS), con riduzione della secrezione di IL-1β, IL-6 e TNF-α da parte dei macrofagi, cioè esattamente il tipo di infiammazione che caratterizza le affezioni respiratorie da raffreddamento sono in grado di inibire potentemente la secrezione di citochine pro-infiammatorie chiave come IL-6, TNF-α e IL-8 (Areesanan A. et al., 2023)
    • Riduzione dello Stress Ossidativo: Gli stessi estratti hanno anche dimostrato la capacità di ridurre le specie reattive dell’ossigeno, proteggendo le cellule dal danno ossidativo.

Azione antimicrobica

La malva mostra una promettente attività contro vari patogeni. Diverse ricerche hanno evidenziato come l’estratto alcolico di malva possieda spiccate proprietà antibatteriche, soprattutto verso i batteri Gram-positivi.

  • Contro lo Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA): Uno studio del 2023 (Křížkovská B. et al., 2023) ha identificato nella malva l’attività antimicrobica più elevata tra diverse erbe medicinali europee, dimostrandosi efficace nell’uccidere ceppi di Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA) con una MIC (concentrazione minima inibente) di 0.8 g/L. Si tratta di un risultato di grande rilevanza clinica, data la difficoltà nel trattare le infezioni da MRSA: queste piante hanno un potenziale come adiuvanti per potenziare le terapie antibiotiche esistenti, piuttosto che come sostituti.

Potenziale effetto ipoglicemizzante

Studi recenti hanno iniziato a indagare le proprietà della malva sulla glicemia, grazie ad un effetto di inibizione in vitro degli enzimi digestivi. Le mucillagini e i polifenoli della malva sembrano infatti in grado di inibire lievemente gli enzimi α-amilasi e α-glucosidasi intestinali, responsabili della digestione dei carboidrati. Rallentando questo processo, contribuiscono a ridurre l’assorbimento degli zuccheri e a prevenire i picchi glicemici post-prandiali (Ibrahim F.M. et al., 2024).

Evidenze cliniche

Per la Cavità Orale e la Tosse

Una delle applicazioni con le evidenze più solide è il trattamento delle affezioni della bocca e della gola.

  • Stomatite da Chemioterapia: Un trial clinico randomizzato, in doppio cieco del 2025 ha dimostrato che un collutorio a base di Malva sylvestris è efficace nel ridurre la severità della stomatite e il dolore associato in pazienti oncologici sottoposti a chemioterapia (Sadeghi T., et al., 2025).
  • Stomatite Aftosa Ricorrente (RAS): Un altro trial clinico del 2025 ha concluso che compresse mucoadesive di malva possono effettivamente ridurre l’intensità del dolore e accelerare la guarigione delle afte orali (Salehi M., Shahani S., Saeedi M., et al., 2025).
  • Tosse Acuta nei Bambini: Uno studio clinico randomizzato, in doppio cieco del 2021, ha testato uno sciroppo pediatrico (KalobaTUSS®) contenente estratto di Malva sylvestris (titolo all’80% in mucillagini), insieme a miele di acacia ed estratti di altre piante. I risultati hanno mostrato che lo sciroppo è ben tollerato e riduce la severità e la durata della tosse nei bambini (Carnevali I. et al., 2021).

Per la Pelle e la Guarigione delle Ferite

L’uso topico della malva è supportato da evidenze preliminari.

  • Dermatite Atopica: Un trial clinico del 2024 ha valutato l’efficacia di una crema a base di estratto di malva in bambini con dermatite atopica (AD), mostrando risultati promettenti (Meysami M. et al., 2021).
  • Riparazione dei Tessuti: Studi in vitro hanno confermato la capacità dell’estratto di malva di promuovere la guarigione delle ferite, con particolare riferimento alla patologia dell’occhio secco, un effetto probabilmente legato alla riduzione dello stress ossidativo (azione sui ROS) e dell’infiammazione a livello cellulare, per l’ inibizione della secrezione di citochine pro-infiammatorie come IL-6, TNF-α e IL-8 (Areesanan A. et al., 2023).

Benefici Cardiovascolari e Metabolici

  • Profilo Lipidico e Glicemia: Una ricerca del 2018 ha osservato che l’integrazione di malva in donne obese e inattive ha contribuito a ridurre i livelli di glucosio, colesterolo totale, LDL e trigliceridi (Shahriyari F. et al., 2018).
  • Salute dell’Intestino: Uno studio del 2017 ha dimostrato che l’estratto di malva può migliorare la motilità gastrointestinale, risultando utile in caso di stitichezza. Inoltre, è in grado di promuovere selettivamente la crescita di batteri benefici a livello del colon, suggerendo un potenziale effetto prebiotico (Jabri M.A. et al., 2017).

Avvertenze

La malva è generalmente considerata molto sicura, con pochi effetti indesiderati documentati. L’elevato contenuto di mucillagini può ridurre l’assorbimento di farmaci assunti contemporaneamente per via orale: è prudente distanziare l’assunzione di decotti di malva di almeno 2 ore rispetto ai farmaci. Non ci sono controindicazioni in gravidanza per l’uso alimentare, ma per gli estratti concentrati vale il principio di precauzione.

Suggerimenti pratici

Il decotto (1-2 cucchiai di foglie e fiori secchi per 200 ml di acqua, in infusione 10 minuti) è il rimedio d’elezione per tosse, irritazioni della gola, stipsi funzionale e cistiti non infettive. Le foglie giovani si usano in cucina come verdura cotta o in minestra (piatto tradizionale nelle campagne appenniniche). I fiori freschi decorano insalate con una nota elegante e leggermente mucillaginosa.


Come abbiamo tante volte ribadito, naturale non vuol dire privo di possibili effetti collaterali: l’entusiasmo per le piante medicinali non deve indurre a trascurare alcune possibili problematiche fondamentali. Riassumiamo qui quelle v

Alcaloidi pirrolizidinici epatotossici

Come già detto a proposito della borragine, diversi generi botanici (Borago, Symphytum, Senecio, Tussilago) contengono APT epatotossici. Il consumo occasionale e moderato di borragine come alimento è considerato sicuro dalla tradizione e dalla tossicologia pratica; l’uso cronico di estratti concentrati non standardizzati è invece sconsigliato.

Interazioni farmacologiche

L’ortica può interagire con anticoagulanti e diuretici; la silimarina con substrati del citocromo P450; il ginepro può potenziare i farmaci ipoglicemizzanti; l’alloro contiene eugenolo che interagisce con antiaggreganti piastrinici. Prima di un’integrazione sistematica, è sempre opportuno consultare il medico o il farmacista.

Raccolta errata e piante tossiche

Il rischio maggiore per il raccoglitore dilettante è la confusione tra specie commestibili e specie tossiche. La regola fondamentale è: raccogliere solo ciò che si conosce con certezza assoluta. Le confusioni più pericolose riguardano il finocchio selvatico vs cicuta (Conium maculatum), il prezzemolo vs cicuta minore (Aethusa cynapium), il sambuco (Sambucus nigra, commestibile da cotto) vs sambuco ebuleo (S. ebulus, tossico). Un corso di botanica pratica o l’accompagnamento di una guida esperta sono investimenti che possono letteralmente salvare la vita.

Dosi e forma di assunzione

Una verdura cucinata è ben diversa da un estratto standardizzato in capsule. Le dosi alimentari tradizionali sono generalmente sicure; le dosi integrative vanno scelte con criterio, preferendo prodotti standardizzati con contenuto dichiarato di principio attivo, da ditte che applicano le Good Manufacturing Practices (GMP).

Gravidanza e allattamento

Per precauzione, l’uso di integratori a base di erbe selvatiche (anche se in commercio) in gravidanza e allattamento deve essere sempre discusso con il ginecologo.


L'immagine illustra la vetta del Gran Sasso, simbolo dell'abitat naturale di migliaia di piante spontanee
Gran Sasso da Forca di Valle – Veccio, Public domain, via Wikimedia Commons

L’Appennino centrale è uno dei 34 hotspot mondiali di biodiversità vegetale. Ospita centinaia di specie endemiche e migliaia di piante spontanee con usi etnobotanici tradizionali. Ma questo patrimonio è sotto pressione: lo spopolamento delle aree montane, l’abbandono dei pascoli, i cambiamenti climatici e la diffusione di specie invasive stanno alterando gli equilibri vegetazionali. La raccolta eccessiva di alcune specie — in particolare la genziana, protetta in molte regioni — rappresenta un rischio concreto.

Il contributo più importante che un consumatore consapevole può dare è imparare a riconoscere le piante, raccoglierle responsabilmente (mai più di un terzo della popolazione presente in un sito), rispettare le stagioni e valorizzare le produzioni locali. In molte aree dell’Appennino sono nate cooperative di raccolta e trasformazione di erbe selvatiche che conciliano sostenibilità ecologica, tutela del paesaggio e valorizzazione economica delle comunità montane.

Conclusioni: quando l’ambiente condiziona le biodiversità

Lo studio dell’Università del Molise sulle piante spontanee appenniniche, da cui ha preso spunto questo articolo, non si limita a catalogare specie vegetali: documenta, con rigore molecolare e metodologico, le proprietà di piante largamente utilizzate nella tradizione contadina appenninica, offrendo una base scientifica ad un patrimonio di conoscenze empiriche tramandate per secoli. E rivela qualcosa di strutturalmente rilevante: la straordinaria ricchezza fitochimica di queste specie non è casuale. È una risposta adattativa diretta alle condizioni ambientali estreme in cui vivono.

La lotta per la sopravvivenza

Oltre i 1000 metri di altitudine, tra raggi UV intensi, forti sbalzi termici e suoli poveri e calcarei, le piante attivano meccanismi di difesa altamente sofisticati. Per sopravvivere, le piante spontanee attivano pathway metabolici secondari altamente specializzati, incrementando la biosintesi di flavonoidi, rutina, quercetina e altri polifenoli. In pratica, lo stress della montagna riprogramma il loro metabolismo aumentando la concentrazione di composti bioattivi che poi interagiscono anche con la fisiologia umana.

La stessa molecola che una pianta sintetizza per proteggersi dall’ossidazione o dalla radiazione solare può avere, nell’uomo, effetti biologici documentati: attività antinfiammatoria, vasoprotettiva, antiossidante sistemica. C’è quindi un nesso diretto tra la qualità degli ecosistemi montani ed il potenziale nutraceutico delle specie che li abitano.

L’importanza di preservare questi habitat

In altre parole, le popolazioni spontanee di ortica o malva selezionate in ambienti di alta quota presentano profili fitochimici significativamente più ricchi rispetto alle stesse specie coltivate a quote inferiori. Per questo la perdita della biodiversità appenninica non è soltanto una questione paesaggistica o culturale. È anche una potenziale perdita farmacologica. L’abbandono dei pascoli e dei territori montani rischia di eliminare habitat che selezionano ceppi vegetali particolarmente ricchi di composti bioattivi, come alcune popolazioni spontanee di ortica e malva ad alto contenuto di polifenoli. Allo stesso modo, la scomparsa di specifici ambienti può ridurre la disponibilità naturale di molecole come silimarina o acido gamma-linolenico.

La tutela degli ecosistemi montani appenninici è quindi anche conservazione di un patrimonio biochimico ancora largamente inesplorato. Non si tratta solo di salvare tradizioni rurali, ma di preservare una risorsa biologica da cui potrebbero dipendere future strategie nutraceutiche e farmacologiche.

Questo articolo divulgativo è stato elaborato a partire dalla seguente ricerca scientifica peer-reviewed:

Fantasma F., Samukha V., Saviano G., Chini M.G., Iorizzi M., Caprari C. — “Nutraceutical Aspects of Selected Wild Edible Plants of the Italian Central Apennines”Nutraceuticals 2024, 4(2), 190-231. DOI: 10.3390/nutraceuticals4020013. Pubblicato da MDPI sotto licenza Creative Commons CC BY 3.0. Ricerca condotta presso il Dipartimento di Bioscienze e Territorio, Università del Molise (Pesche, Isernia). La review ha analizzato 353 studi scientifici pubblicati tra il 2000 e il novembre 2023 su database internazionali (Scopus, Web of Science, Wiley Online Library, Science Direct).

Altre fonti

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CARDO MARIANO (SILYBUM MARIANUM) E SILIMARINA

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Wadhwa, K., Pahwa, R., Kumar, M., Kumar, S., Sharma, P. C., Singh, G., Verma, R., Mittal, V., Singh, I., Kaushik, D., & Jeandet, P. (2022). Mechanistic Insights into the Pharmacological Significance of Silymarin. Molecules, 27(16), 5327. https://doi.org/10.3390/molecules27165327

2. Protezione epatica da epatotossicità indotta da farmaci antitubercolari

Goh, Z. H., Tee, J. K., & Ho, H. K. (2020). An Evaluation of the In Vitro Roles and Mechanisms of Silibinin in Reducing Pyrazinamide- and Isoniazid-Induced Hepatocellular Damage. International Journal of Molecular Sciences, 21(10), 3714. https://doi.org/10.3390/ijms21103714

3. Effetti di Silimarina in modelli di cancro (efficacia chemioterapica + protezione epatica)

Hassani, S., Malekinejad, H., Khadem-Ansari, M. H., Abbasi, A., & Kheradmand, F. (2025). Dietary silymarin supplementation enhances chemotherapy efficacy of capecitabine and irinotecan and mitigates hepatotoxicity in a mouse model of colon cancer. Research in Pharmaceutical Sciences, 20(1), 77-94. https://doi.org/10.4103/RPS.RPS_204_24

4. Effetti su diabete di tipo 2 – Revisione sistematica e meta-analisi

Hadi, A., Pourmasoumi, M., Mohammadi, H., Symonds, M., & Miraghajani, M. (2018). The effects of silymarin supplementation on metabolic status and oxidative stress in patients with type 2 diabetes mellitus: A systematic review and meta-analysis of clinical trials. Complementary therapies in medicine, 41, 311–319. https://doi.org/10.1016/j.tim.2018.08.0

BORRAGINE (BORAGO OFFICINALIS) E ACIDI GRASSI ESSENZIALI (GLA / DGLA)

1. Meccanismi biochimici di Gamma-Linolenic Acid (GLA), Dihomo-GLA, eicosanoidi e processi infiammatori

Sergeant, S., Rahbar, E., & Chilton, F. H. (2016). Gamma-linolenic acid, Dihommo-gamma linolenic, Eicosanoids and Inflammatory Processes. European journal of pharmacology, 785, 77–86. https://doi.org/10.1016/j.ejphar.2016.04.020

2. Metabolismo degli acidi grassi essenziali e ruolo degli inibitori COX-2

Das, U. N. (2005). COX-2 inhibitors and metabolism of essential fatty acids. Medical science monitor : international medical journal of experimental and clinical research, 11(7), RA233–RA237.

3. Metabolismo differenziale di Dihomo-γ-linolenic acid e Arachidonic acid da parte di COX-1 e COX-2

Levin, G., Duffin, K. L., Obukowicz, M. G., Hummert, S. L., Fujiwara, H., Needleman, P., & Raz, A. (2002). Differential metabolism of dihomo-γ-linolenic acid and arachidonic acid by cyclo-oxygenase-1 and cyclo-oxygenase-2: implications for cellular synthesis of prostaglandin E1 and prostaglandin E2. Biochemical Journal, 365, 489–496. https://doi.org/10.1042/bj20011798

4. Perdita dell’attività della Delta-6-Desaturasi nell’invecchiamento e sue implicazioni

Horrobin, D. F. (1981). Loss of delta-6-desaturase activity as a key factor in aging. Medical hypotheses, 7(9), 1211–1220. https://doi.org/10.1016/0306-9877(81)90064-5

5. Espressione della Delta-6-Desaturasi e associazione con aggressività di cancro, diabete e sclerosi multipla

Arshad, Z., Rezapour-Firouzi, S., Ebrahimifar, M., Mosavi Jarrahi, A., & Mohammadian, M. (2019). Association of Delta-6-Desaturase Expression with Aggressiveness of Cancer, Diabetes Mellitus, and Multiple Sclerosis: A Narrative Review. Asian Pacific journal of cancer prevention : APJCP, 20(4), 1005–1018. https://doi.org/10.31557/APJCP.2019.20.4.1005

6. Profilo fenolico, attività antiossidante, anti-ageing, anti-infiammatoria e protettiva sulla pelle

Michalak, M., Zagórska-Dziok, M., Klimek-Szczykutowicz, M., & Szopa, A. (2023). Phenolic Profile and Comparison of the Antioxidant, Anti-Ageing, Anti-Inflammatory, and Protective Activities of Borago officinalis Extracts on Skin Cells. Molecules (Basel, Switzerland), 28(2), 868. https://doi.org/10.3390/molecules28020868

7. Terapia a base di erbe (inclusa borragine) nell’artrite reumatoide – Revisione sistematica Cochrane

Cameron, M., Gagnier, J. J., & Chrubasik, S. (2011). Herbal therapy for treating rheumatoid arthritis. Cochrane Database of Systematic Reviews, 2011(2), CD002948. https://doi.org/10.1002/14651858.CD002948.pub2

8. Trattamento dell’artrite reumatoide con oli botanici (inclusa borragine) – Studio clinico randomizzato

Reed, G. W., Leung, K., Rossetti, R. G., Vanbuskirk, S., Sharp, J. T., & Zurier, R. B. (2014). Treatment of rheumatoid arthritis with marine and botanical oils: an 18-month, randomized, and double-blind trial. Evidence-based complementary and alternative medicine : eCAM, 2014, 857456. https://doi.org/10.1155/2014/857456

9. Olio di borragine nel trattamento della dermatite atopica

Foster, R. H., Hardy, G., & Alany, R. G. (2010). Borage oil in the treatment of atopic dermatitis. Nutrition (Burbank, Los Angeles County, Calif.), 26(7-8), 708–718. https://doi.org/10.1016/j.nut.2009.10.014

10. Estratto di Borago officinalis nell’asma persistente moderata – Studio clinico randomizzato

Mirsadraee, M., Khashkhashi Moghaddam, S., Saeedi, P., & Ghaffari, S. (2016). Effect of Borago Officinalis Extract on Moderate Persistent Asthma: A Phase two Randomized, Double Blind, Placebo-Controlled Clinical Trial. Tanaffos, 15(3), 168–174.

FINOCCHIO (FOENICULUM VULGARE)

1. Meccanismi molecolari e di canale ionico (TRPA1 e calcio)

Memon, T., Yarishkin, O., Reilly, C. A., Križaj, D., Olivera, B. M., & Teichert, R. W. (2019). trans-Anethole of Fennel Oil is a Selective and Nonelectrophilic Agonist of the TRPA1 Ion Channel. Molecular pharmacology, 95(4), 433–441. https://doi.org/10.1124/mol.118.114561

2. Effetti su concentrazione di Ca²⁺ citosolica e canali del calcio nelle cellule endoteliali vascolari

Han, A. Y., Lee, H. S., & Seol, G. H. (2016). Foeniculum vulgare Mill. increases cytosolic Ca²⁺ concentration and inhibits store-operated Ca²⁺ entry in vascular endothelial cells. Biomedicine & pharmacotherapy = Biomedecine & pharmacotherapie, 84, 800–805. https://doi.org/10.1016/j.biopha.2016.10.013

3. Olio di semi di finocchio nella colica infantile – Studio clinico randomizzato

Alexandrovich, I., Rakovitskaya, O., Kolmo, E., Sidorova, T., & Shushunov, S. (2003). The effect of fennel (Foeniculum vulgare) seed oil emulsion in infantile colic: a randomized, placebo-controlled study. Alternative therapies in health and medicine, 9(4), 58–61.

4. Nutraceutici (inclusi finocchio) nei disturbi del dolore gut-brain interaction in età pediatrica – Revisione narrativa

Salvatore, S., Carlino, M., Sestito, S., Concolino, D., Agosti, M., & Pensabene, L. (2024). Nutraceuticals and Pain Disorders of the Gut–Brain Interaction in Infants and Children: A Narrative Review and Practical Insights. Nutrients, 16(3), 349. https://doi.org/10.3390/nu16030349

5. Olio essenziale di finocchio (associato a curcumina) nella Sindrome dell’Intestino Irritabile – Studio clinico

Portincasa, P., Bonfrate, L., Scribano, M. L., Kohn, A., Caporaso, N., Festi, D., Campanale, M. C., Di Rienzo, T., Guarino, M., Taddia, M., Fogli, M. V., Grimaldi, M., & Gasbarrini, A. (2016). Curcumin and Fennel Essential Oil Improve Symptoms and Quality of Life in Patients with Irritable Bowel Syndrome. Journal of gastrointestinal and liver diseases : JGLD, 25(2), 151–157. https://doi.org/10.15403/jgld.2014.1121.252.ccm

6. Piante (incluso finocchio) nelle malattie mestruali e dismenorrea – Studio sistematico dalla medicina popolare italiana

Mazzei, R., Genovese, C., Magariello, A., Patitucci, A., Russo, G., & Tagarelli, G. (2024). Plants in Menstrual Diseases: A Systematic Study from Italian Folk Medicine on Current Approaches. Plants (Basel, Switzerland), 13(5), 589. https://doi.org/10.3390/plants13050589

7. Confronto tra finocchio e acido mefenamico nel trattamento della dismenorrea

Modaress Nejad, V., & Asadipour, M. (2006). Comparison of the effectiveness of fennel and mefenamic acid on pain intensity in dysmenorrhoea. Eastern Mediterranean health journal = La revue de sante de la Mediterranee orientale = al-Majallah al-sihhiyah li-sharq al-mutawassit, 12(3-4), 423–427.

8. Supplementazione di olio essenziale di finocchio in avicoli: performance, microbiota intestinale e profilo trascrizionale

İpçak, H. H., Alçiçek, A., & Denli, M. (2024). Dietary encapsulated fennel seed (Foeniculum vulgare Mill.) essential oil supplementation improves performance, modifies the intestinal microflora, morphology, and transcriptome profile of broiler chickens. Journal of animal science, 102, skae035. https://doi.org/10.1093/jas/skae035

9. Profilo chimico e attività dell’olio essenziale di finocchio contro Helicobacter pylori

Tabti, M., Merouane, A., & Allem, R. (2019). Chemical profiles and efficacy of essential oils obtained from three spices against Helicobacter pylori. Revista Cubana De Plantas Medicinales, 24(3). Recuperado a partir de https://revplantasmedicinales.sld.cu/index.php/pla/article/view/668

10. Revisione complessiva su fitochimica, effetti cardiovascolari, interazioni farmacologiche e profilo di sicurezza

Zahi, A., Rani, A., Aktary, N., Rahman, M., Mekhfi, H., Ziyyat, A., Park, M. N., Legssyer, A., & Kim, B. (2025). Cardiovascular Effects, Phytochemistry, Drug Interactions, and Safety Profile of Foeniculum vulgare Mill. (Fennel): A Comprehensive Review. Pharmaceuticals (Basel, Switzerland), 18(11), 1761. https://doi.org/10.3390/ph18111761

MALVA (MALVA SYLVESTRIS)

1. Proprietà antiossidanti, anti-infiammatorie e di guarigione delle ferite – Studio in vitro su patologia dell’occhio secco

Areesanan, A., Nicolay, S., Keller, M., Zimmermann-Klemd, A. M., Potterat, O., & Gründemann, C. (2023). Potential benefits of Malva sylvestris in dry-eye disease pathology in vitro based on antioxidant, wound-healing and anti-inflammatory properties. Biomedicine & pharmacotherapy = Biomedecine & pharmacotherapie, 168, 115782. https://doi.org/10.1016/j.biopha.2023.115782

2. Modulazione della virulenza batterica e della resistenza agli antibiotici da parte di erbe medicinali europee (inclusa Malva)

Křížkovská, B., Hoang, L., Brdová, D., Klementová, K., Szemerédi, N., Loučková, A., Kronusová, O., Spengler, G., Kaštánek, P., Hajšlová, J., Viktorová, J., & Lipov, J. (2023). Modulation of the bacterial virulence and resistance by well-known European medicinal herbs. Journal of ethnopharmacology, 312, 116484. https://doi.org/10.1016/j.jep.2023.116484

3. Collutorio di Malva sylvestris su stomatite indotta da chemioterapia e dolore associato – Studio clinico randomizzato triplo cieco

Salmaninejad, Z., Mazhari, F., Pourhosseini, S., et al. (2025). The effect of Malva sylvestris mouthwash on chemotherapy-induced stomatitis and associated pain in patients with cancer: a triple-blind randomized clinical trial. BMC Cancer, 25, 1695. https://doi.org/10.1186/s12885-025-15158-w

4. Sciroppo “KalobaTUSS®” nel trattamento della tosse in bambini – Studio clinico randomizzato doppio cieco controllato con placebo

Carnevali, I., La Paglia, R., Pauletto, L., et al. (2021). Efficacy and safety of the syrup “KalobaTUSS®” as a treatment for cough in children: a randomized, double blind, placebo-controlled clinical trial. BMC Pediatrics, 21, 29. https://doi.org/10.1186/s12887-020-02490-2

5. Crema topica di Malva sylvestris nella dermatite atopica pediatrica – Studio clinico randomizzato doppio cieco controllato con placebo

Meysami, M., Hashempur, M. H., Kamalinejad, M., & Emtiazy, M. (2021). Efficacy of Short Term Topical Malva Sylvestris L. Cream in Pediatric Patients with Atopic Dermatitis: A Randomized Double-Blind Placebo-Controlled Clinical Trial. Endocrine, metabolic & immune disorders drug targets, 21(9), 1673–1678. https://doi.org/10.2174/1871530320666201023125411


⚠️ Disclaimer nutrizionale e farmaceutico

Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità esclusivamente divulgative e culturali. Non costituiscono in alcun modo diagnosi medica, prescrizione terapeutica o consiglio farmacologico personalizzato. Le piante selvatiche descritte non sono farmaci approvati da AIFA o EMA per nessuna delle indicazioni citate, e i loro effetti terapeutici sono supportati in misura variabile dalla letteratura scientifica (studi in vitro, in vivo animale, trial clinici preliminari). Prima di utilizzare integratori a base di erbe selvatiche, in particolare in presenza di patologie, gravidanza, allattamento, o in associazione con farmaci, è indispensabile consultare il proprio medico o farmacista. Non raccogliere piante selvatiche senza avere la certezza assoluta dell’identificazione botanica.


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