Rituali antichi e guarigione dal trauma: la teoria delle vie vagali di Stephen Porges tra scienza e tradizioni

Immagine che illustra antichi rituali di una donna vietnamita in preghiera, avvolta da nuvole di incenso proveniente da stick in vasi cerimoniali

Rituali, canti, meditazione e pratiche contemplative non sono semplici tradizioni culturali o spirituali: rappresentano sofisticate tecnologie neurofisiologiche capaci di attivare il nervo vago ventrale, promuovendo stati di sicurezza, co-regolazione e guarigione dal trauma emotivo. Stephen Porges, padre della Teoria Polivagale, spiega come queste antiche pratiche agiscano direttamente sul sistema nervoso autonomo, offrendo strumenti terapeutici complementari agli approcci clinici moderni.

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Cosa hanno in comune un cerchio di tamburi sciamanici, il canto gregoriano dei monaci, le danze rituali tribali e una sessione di meditazione? A prima vista, potrebbero sembrare solo espressioni culturali di epoche e luoghi diversi. Eppure, secondo Stephen W. Porges, padre della rivoluzionaria Teoria Polivagale, tutti questi rituali condividono qualcosa di molto più profondo: sono tecnologie neurofisiologiche sofisticate, sviluppate attraverso millenni di esperienza umana per fare qualcosa di straordinario al nostro sistema nervoso autonomo.

Nel suo capitolo “Ancient Rituals, Contemplative Practices and Vagal Pathways”, contenuto nel volume “Coping Rituals in Fearful Times” (Springer 2021/2022), Porges ci invita a guardare le pratiche contemplative con occhi nuovi: non come semplici tradizioni spirituali, ma come strumenti precisi che sanno “parlare” direttamente al nostro corpo, in particolare a un nervo che è al centro di tutto: il nervo vago.


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Prima di capire perché i rituali funzionano, dobbiamo fare una breve incursione nella Teoria Polivagale di Stephen W. Porges.

Per decenni, abbiamo pensato al sistema nervoso autonomo, quella parte di noi che regola il battito cardiaco, la respirazione, la digestione, come a un interruttore a due posizioni: acceso (simpatico: attivazione, stress) o spento (parasimpatico: rilassamento). Porges ha dimostrato che è molto più complesso e interessante di così.

La sua scoperta rivoluzionaria? Secondo la sua teoria, il nostro sistema nervoso autonomo opera su tre “modalità” diverse, organizzate come una scala gerarchica che si è sviluppata nel corso dell’evoluzione. Nel tuo corpo, queste tre “modalità” (o “stati”) si attivano automaticamente a seconda di quanto sicuro o minacciato ti senti.

Vuoi approfondire i fondamenti della Teoria Polivagale? Ti interessa capire meglio cosa sono il nervo vago ventrale e dorsale, la neurocezione e la gerarchia dei circuiti nervosi? Nel mio articolo dedicato alla Teoria di Stephen Porges trovi una spiegazione completa e accessibile. 

Prima modalità: sicurezza e connessione sociale

Quando tutto va bene, quando ci sentiamo al sicuro, il nostro corpo attiva quello che Porges chiama il circuito ventrale-vagale. È la modalità più evoluta, quella che ci rende pienamente umani. In questo stato: il nostro cuore batte con un ritmo calmo ma variabile (segno di salute), il viso si distende in espressioni morbide e autentiche, la voce diventa calda e melodiosa, possiamo guardare gli altri negli occhi senza disagio, ci sentiamo aperti alla connessione, curiosi, creativi.

È in questa “modalità” che possiamo davvero riposare, digerire bene, giocare, amare, imparare. Non siamo solo rilassati: siamo rilassati e connessi. Il nostro sistema nervoso dice: “Va tutto bene, puoi abbassare le difese”.

Ma cosa accade quando questa sicurezza viene meno?

Seconda modalità: mobilitazione e difesa

Ma cosa succede quando percepiamo una minaccia, anche solo uno stress moderato? Il sistema nervoso autonomo passa alla seconda modalità: il circuito simpatico. È la famosa risposta “attacco o fuga”. Il cuore accelera, i muscoli si tensionano, diventiamo ipervigilanti. Tutto il corpo si prepara all’azione. Siamo pronti a correre, combattere, reagire.

Questa risposta è perfetta se dobbiamo davvero scappare da un pericolo reale. Il problema è quando rimaniamo bloccati in questa modalità: l’ansia cronica, l’iperattivazione costante, la sensazione di essere sempre “sul chi vive” nascono proprio da qui.

Esiste però una terza risposta, ancora più antica e potente.

Terza modalità: arresto e dissociazione

C’è però una terza possibilità, la più antica dal punto di vista evolutivo: quando la minaccia sembra così grande e inevitabile che né la lotta né la fuga sembrano possibili, il corpo passa al circuito dorsale-vagale. È come se premesse un pulsante di spegnimento d’emergenza: “shutdown”.

In questo stato, tutto rallenta drasticamente: ci sentiamo distaccati, intorpiditi emotivamente, senza energia. Negli animali, è la strategia della “morte apparente”, cioè fingersi morti per confondere il predatore. Negli esseri umani, è ciò che chiamiamo dissociazione: quel senso di essere separati da noi stessi, di guardare la vita come attraverso un vetro.


Ma cosa succede quando questa scala evolutiva, progettata per proteggerci, si blocca? Cosa accade se il nostro sistema nervoso rimane imprigionato in uno stato di difesa anche quando il pericolo è passato?

Quando viviamo esperienze traumatiche, che siano traumi “grandi” (abusi, violenza, incidenti) o “piccoli” ma ripetuti (abbandoni, umiliazioni, ambiente familiare instabile), il nostro sistema nervoso autonomo può rimanere bloccato nelle modalità di difesa.

Alcune persone restano intrappolate nella seconda modalità: ansia costante, ipervigilanza, impossibilità di rilassarsi davvero. Altre scivolano nella terza: depressione profonda, senso di vuoto, disconnessione dal corpo e dalle emozioni. In entrambi i casi, l’accesso alla prima modalità, quella della sicurezza e della connessione sociale, diventa difficile, a volte impossibile.

Per guarire dal trauma, tuttavia, non basta parlarne. Non basta capire cognitivamente cosa è successo. Il corpo ha la sua memoria, e il sistema nervoso autonomo ha imparato a stare sempre all’erta: occorre qualcosa che parli direttamente a lui. Serve un modo per “convincere” il sistema nervoso autonomo che ora è davvero sicuro, che può tornare alla prima modalità. È proprio qui che la scienza moderna incontra la saggezza antica ed entrano in gioco i rituali antichi.


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L’affascinante tesi di Porges ipotizza che le pratiche rituali e contemplative che l’umanità ha sviluppato in migliaia di anni, dai canti sacri allo yoga, dalle danze comunitarie alla meditazione, non sono nate per caso. Sono il risultato di una scoperta empirica collettiva: certe azioni, certi suoni, certi movimenti fanno qualcosa di molto concreto al nostro corpo. Rappresentano, nel concreto, delle vere e proprie “chiavi” che sbloccano porte neurofisiologiche ed attivano il circuito ventrale-vagale, che è quella prima modalità di sicurezza e connessione.

I nostri antenati, pur non conoscendo la neurobiologia, sapevano, perché lo sentivano, che certe cose funzionavano. E avevano ragione.

1. Il potere del ritmo: sincronizzare cuore e respiro

Quasi tutti i rituali contemplativi includono elementi ritmici: canti ripetitivi, tamburi, respiri controllati, movimenti ciclici. Perché? Perché il ritmo parla direttamente al nervo vago.

Quando respiriamo lentamente e profondamente, come nel pranayama yogico, nella recitazione di un mantra, o durante la preghiera contemplativa, succede qualcosa di sorprendente: il battito cardiaco inizia a sincronizzarsi col respiro. Inspiri e il cuore accelera leggermente, espiri e rallenta. Questa oscillazione ritmica è orchestrata proprio dal nervo vago ventrale.

Il respiro lento, circa 5-6 respiri al minuto (nota come molte tradizioni spirituali abbiano “scoperto” spontaneamente questa frequenza!), invia un messaggio potente al cervello: “Non c’è pericolo. Puoi abbassare le difese”. Il sistema nervoso interpreta questo pattern come segnale di sicurezza.

Per comprendere meglio come questo messaggio venga inviato, possiamo osservare due pratiche emblematiche: il Pranayama Yogico e la Preghiera Contemplativa

Rituali del Respiro: Pranayama e Preghiera Contemplativa

Pranayama Yogico

Il pranayama è l’antica disciplina yogica del controllo consapevole del respiro (“prana” = energia vitale, “ayama” = espansione/controllo). Include tecniche come il respiro alternato nelle narici (Nadi Shodhana), il respiro oceanico (Ujjayi) o il respiro del cranio lucente (Kapalabhati). Praticato seduti in postura stabile, enfatizza respiri lenti, profondi e ritmici per ossigenare il corpo e calmare la mente. 

È un esercizio vagale potentissimo: la respirazione lenta attiva direttamente il circuito ventrale-vagale, aumentando la variabilità cardiaca e inducendo stati di sicurezza e presenza.

Preghiera Contemplativa

Immagine che illustra i rituaali della preghiera cristiana con rosario e testo sacro

Forma di preghiera cristiana (es. Centering Prayer di Thomas Keating o la tradizione esicasta) che privilegia il silenzio interiore e la presenza a Dio, spesso con la ripetizione gentile di una parola sacra (es. “Gesù” o “Abbà”) per acquietare la mente. A differenza della preghiera discorsiva, è non-concettiva: i pensieri vengono lasciati andare per poter “riposare in Dio”.

Favorisce uno stato di profonda quiete neurofisiologica, stimolando il vago ventrale attraverso respiro calmo, postura rilassata e intenzione contemplativa: ideale per la co-regolazione in contesti monastici o personali.


Queste pratiche, una orientale e una occidentale, convergono sullo stesso meccanismo: respiro, silenzio e intenzione per attivare il circuito di sicurezza.

Il ritmo da solo è un potente regolatore del sistema nervoso. Tuttavia, c’è un elemento che può amplificarne esponenzialmente gli effetti benefici: la presenza degli altri.

2. Co-regolarsi insieme: il potere del gruppo

Molti rituali si svolgono in gruppo: cerchi di preghiera, canti corali, danze comunitarie. Questo non è un dettaglio secondario. È fondamentale.

Il nostro sistema nervoso ha una caratteristica straordinaria: è progettato per essere influenzato dallo stato degli altri. Quando siamo vicini a persone calme e centrate, il nostro corpo tende spontaneamente a sincronizzarsi con il loro. È quello che Porges chiama “co-regolazione”.

Nei rituali di gruppo, questa magia della co-regolazione opera attraverso molteplici canali: vediamo visi rilassati intorno a noi, ascoltiamo voci calde e melodiose, ci muoviamo all’unisono, respiriamo insieme. Tutto ciò crea un potente campo di sicurezza condivisa. È come se potessimo “prendere in prestito” la calma degli altri per uscire dal nostro stato di difesa.

Oltre a sincronizzare respiri e movimenti, i rituali antichi hanno un’altra caratteristica fondamentale: immergono i partecipanti in un’esperienza sensoriale totale, che parla a tutti i sensi per comunicare sicurezza.

3. Una sinfonia di sensi: messaggi di sicurezza da ogni direzione

I rituali non coinvolgono un solo senso, ma creano esperienze immersive: suoni di campane o tamburi, profumo di incenso, sapore del pane benedetto o del tè cerimoniale, tocco di mani durante imposizioni rituali, vista di candele o mandala colorati, posture specifiche del corpo.

Questa ricchezza sensoriale non è casuale. Il nostro sistema nervoso valuta costantemente la sicurezza dell’ambiente attraverso un processo inconscio che integra tutti i canali sensoriali. Quando tutti questi canali convergono verso lo stesso messaggio – “qui sei al sicuro” – l’effetto è potentissimo.

C’è però un ultimo elemento, spesso sottovalutato ma fondamentale: la struttura stessa del rituale.

4. Confini chiari: il potere del contenimento

I rituali hanno sempre confini definitiun luogo sacro (un cerchio, un tempio), un tempo preciso (dall’alba al tramonto, per dieci giorni, ogni domenica), un inizio e una fine chiari. Questi confini non sono limitazioni, ma contenitori che danno sicurezza.

Per un sistema nervoso traumatizzato, sempre all’erta, sempre in attesa della prossima minaccia, sapere che un’esperienza intensa ha limiti definiti riduce l’ansia. Il rituale dice implicitamente: 

“Per questo tempo e in questo spazio, puoi lasciarti andare. Quando finirà, tornerai gradualmente al mondo ordinario”.


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Finora abbiamo esplorato come il ritmo respiratorio e la presenza del gruppo agiscano come potenti segnali di sicurezza. Esiste, però, uno strumento rituale ancora più diretto e personale per accedere allo stato ventrale-vagale: la nostra stessa voce.

Molti rituali contemplativ si fondano sul potere della voce umana. Pensate ai canti gregoriani che risuonano nelle cattedrali, ai mantra tibetani ripetuti per ore, alle salmodie sufiche che accompagnano le danze dei dervisci, oppure alle invocazioni sciamaniche che accompagnano i tamburi. Queste non sono semplici espressioni spirituali, ma sofisticate tecnologie vocali che agiscono direttamente sul nostro sistema nervoso.

Queste forme di vocalizzazione sfruttano la prosodia, cioè quella qualità quasi musicale della voce fatta di ritmo, intonazione, melodia e cadenza. La prosodia non è controllata dalla nostra volontà cosciente, ma è regolata direttamente proprio dal ramo ventrale del nervo vago. Quando ascoltiamo una voce calda, ritmica e melodiosa, il nostro cervello riceve un messaggio inequivocabile di sicurezza attraverso la neurocezione. È come se quella voce dicesse al nostro sistema nervoso: “Qui non c’è pericolo, puoi abbassare le difese”.

Porges sottolinea come queste pratiche vocali antiche, sviluppate empiricamente attraverso millenni di esperienza collettiva, abbiano scoperto principi che la neuroscienza moderna sta solo ora cominciando a comprendere. Non è un caso che lo stesso Porges abbia sviluppato il Safe and Sound Protocol, una terapia basata proprio sulla stimolazione acustica e sulla modulazione prosodica per aiutare le persone traumatizzate a ritrovare stati di sicurezza. Gli antichi rituali vocali avevano già intuito tutto questo, molto prima che la scienza ne spiegasse i meccanismi.

Cantare insieme in gruppo amplifica ulteriormente questi effetti: le voci si fondono, i respiri si sincronizzano, e si crea quel potente campo di co-regolazione dove i sistemi nervosi individuali entrano in risonanza reciproca, sostenendosi a vicenda verso stati di maggiore sicurezza e connessione.

Rituali vocali nelle grandi tradizioni: Mantra, Canto Gregoriano e Dhikr

I Mantra

La pratica antica (soprattutto hindu e buddhista) di ripetere suoni o sillabe sacre (es. “Om”“Om Mani Padme Hum”) in modo ritmico e concentrato. Può essere fatto ad alta voce, sussurrato o mentalmente.

Il suono vibratorio e la ripetizione creano un effetto calmante sul sistema nervoso, stimolando la prosodia vocale e la tonicità vagale ventrale attraverso ritmo e vibrazioni nel corpo. È un potente esercizio per la regolazione emotiva e la presenza mindful.

Canto Gregoriano

Il canto liturgico monodico della tradizione cristiana cattolica (dal IX secolo), eseguito in latino con modalità lente, fluide e senza accompagnamento strumentale. Caratterizzato da melodie libere e respiri ampi, favorisce uno stato contemplativo profondo.

La prosodia ritmica e la voce calda attivano direttamente il circuito ventrale-vagale, riducendo stress e promuovendo co-regolazione nei cori monastici.

Dhikr Sufi

Il “ricordo di Dio” nella tradizione sufi islamica: ripetizione ritmica di nomi divini (es. “Allah”, “Hu”) o frasi sacre, spesso in gruppo, con respirazione sincronizzata, oscillazioni corporee o danza (come nei dervisci rotanti Mevlevi).

Trasforma l’energia emotiva in estasi spirituale e connessione. Il ritmo vocale e motorio stimola fortemente il vago ventrale, favorendo sicurezza neurofisiologica e co-regolazione collettiva.


Queste pratiche vocali sono esempi classici di “esercizi vagali” antichi: usano suono, ritmo e (spesso) gruppo per aprire il cuore e calmare il sistema nervoso.

Quando le persone si muovono insieme seguendo un ritmo condiviso, come nelle danze sufi, in quelle tribali, nel tai chi di gruppo o nelle processioni rituali, si innesca una cascata di fenomeni neurofisiologici. Noon solo i loro corpi si sincronizzano, ma anche i loro sistemi nervosi. I battiti cardiaci convergono, i respiri si coordinano, il cervello rilascia endorfine ed ossitocina, i neurotrasmettitori del benessere e del legame sociale.

Questa sincronizzazione collettiva diventa particolarmente preziosa per chi porta nel corpo la memoria del trauma. La dissociazione, quella sensazione di essere separati dal proprio corpo, può essere attraversata più facilmente quando il movimento avviene in un contesto di gruppo sicuro. Il corpo ritrova se stesso attraverso il rispecchiamento negli altri.

Mentre le danze rituali lavorano sulla regolazione attraverso il corpo in movimento e la sincronia con il gruppo, altre pratiche puntano a generare lo stesso stato di sicurezza lavorando dall’interno, in silenzio e solitudine.


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Pratiche come la loving-kindness meditation (Metta) o la meditazione Tonglen coltivano deliberatamente atteggiamenti di benevolenza verso se stessi e gli altri. Dal punto di vista polivagale, queste pratiche creano una sorta di “dialogo interiore gentile” che mima i toni caldi e accoglienti della connessione sociale sicura.

Il sistema nervoso risponde a questi stati mentali auto-generati come se ci fosse davvero qualcuno accanto a noi che ci offre calore e accettazione. L’attivazione difensiva diminuisce, il tono vagale ventrale aumenta.

Per chi ha vissuto traumi, che spesso sviluppa una voce critica interna severa, la pratica di auto-compassione offre un antidoto neurofisiologico: crea un ambiente interno di sicurezza che permette di elaborare emozioni difficili senza vergogna paralizzante.

Rituali di Compassione: la Meditazione Metta e Tonglen

Loving-Kindness Meditation (Metta)

La Metta Bhavana (o “coltivazione della benevolenza”) è una pratica meditativa buddhista tradizionale che sviluppa sentimenti di amore incondizionato e compassione. Si procede per fasi, ripetendo mentalmente frasi come:

“Possa io essere felice, in pace, al sicuro e libero dalla sofferenza”. 

Poi si estende gradualmente agli altri: persone care, neutre, “difficili” e infine tutti gli esseri senzienti. 

L’obiettivo è aprire il cuore, ridurre l’odio e coltivare empatia universale, una pratica potente per attivare il circuito ventrale-vagale e favorire connessione sociale.

Meditazione Tonglen

La Tonglen (“dare e prendere”) è una pratica tibetana avanzata di compassione, resa famosa da maestri come Pema Chödrön. Durante la respirazione:

  • Inspiri la sofferenza altrui (visualizzata come fumo nero o calore pesante).
  • Nel cuore la trasformi con amore e compassione.
  • Espiri sollievo, gioia e luce bianca verso chi soffre (o verso tutti). A differenza di molte meditazioni che evitano il dolore, Tonglen lo accoglie per trasformarlo, coltivando coraggio empatico e riducendo l’egocentrismo. È particolarmente utile per traumi collettivi e attiva profondamente la co-regolazione emotiva.

Queste due pratiche sono complementari: Metta costruisce amore positivo, Tonglen trasforma il negativo. Entrambe sono ottimi “esercizi vagali” per aprire il cuore!

Immagine che illustra un gruppo di monaci tibetani seduti in rituali di meditazione

C’è una domanda affascinante che emerge da tutto questo: Come mai tradizioni spirituali che non hanno mai avuto contatti tra loro, dai monaci tibetani agli sciamani amazzonici, dai sufi mediorientali ai nativi americani, hanno sviluppato pratiche così simili?

La teoria di Porges propone una risposta intrigante: perché tutti lavorano con lo stesso “hardware” neurofisiologico umano. Il circuito ventrale-vagale si è evoluto per supportare i legami sociali complessi tipici dei mammiferi e soprattutto degli esseri umani. I rituali sono elaborazioni culturali di capacità neurologiche che abbiamo tutti, indipendentemente da dove siamo nati.

Il valore terapeutico dei rituali

Questa comprensione ha implicazioni pratiche profonde, specialmente per chi lavora con il trauma o cerca vie di guarigione e benessere.

Primo, ci ricorda che guarire dal trauma non passa solo attraverso la mente. Possiamo parlare per anni di ciò che ci è successo, ma se il corpo rimane bloccato in stati di difesa, la guarigione sarà incompleta. Servono approcci che lavorino direttamente sul sistema nervoso: i rituali contemplativi sono esattamente questo.

Un secondo aspetto fondamentale è l’accessibilitàmolte di queste pratiche sono accessibili e auto-amministrabili. Una volta imparate, possiamo usarle autonomamente, aumentando il nostro senso di potere personale e auto-efficacia, Questo costituisce qualcosa di profondamente cruciale per chi ha vissuto traumi che tolgono proprio quel senso di controllo.


Alla luce di tutto questo, cosa ci dice il lavoro di Porges? Sta forse riducendo la spiritualità a una semplice reazione biochimica? Tutt’altro.

Il lavoro di Porges sui rituali ci offre qualcosa di raro e prezioso: un ponte tra la saggezza contemplativa antica e la neuroscienza contemporanea. Questo approccio scientifico non toglie nulla al valore delle pratiche spirituali. Non si tratta, da un lato, di ridurle a mere reazioni biochimiche, né, dall’altro, di abbracciare in modo acritico tradizioni senza comprenderle. Al contrario, la scienza può aiutarci ad apprezzarne meglio la profondità. Si tratta di riconoscere che queste pratiche, sviluppate attraverso secoli di esperienza collettiva, avevano intuito qualcosa di profondamente vero sul funzionamento del corpo umano.

La Teoria Polivagale ci dà il linguaggio per capire perché funzionano, traducendo intuizioni contemplative in termini che possiamo testare, insegnare e integrare nella pratica clinica. Ma questo linguaggio scientifico non sminuisce il valore spirituale o culturale dei rituali—semmai lo arricchisce, mostrando come corpo, mente, relazione e spirito siano intrecciati a livello dei circuiti neurali che ci permettono di sentirci sicuri e connessi.

In un’epoca segnata da ansia diffusa, disconnessione sociale e fragilità psicologica crescente, forse questi antichi strumenti, ora meglio compresi attraverso la lente della neurobiologia, sono più necessari che mai. Non come sostituti della psicoterapia o della medicina, ma come complementi preziosi: vie di accesso al corpo, alla comunità, a quella capacità fondamentale che ci definisce come esseri umani—la capacità di sentirci sicuri nel nostro corpo, connessi con gli altri, aperti alla vita


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Secondo la Teoria Polivagale di Stephen Porges, i “rituali vagali” sono pratiche semplici, spesso radicate in tradizioni antiche o contemplative, che stimolano il ramo ventrale del nervo vago. Questo favorisce uno stato di sicurezza neurofisiologica, calma e connessione sociale, aiutando a contrastare stress, ansia e effetti del trauma.

Queste pratiche sono accessibili a tutti, non richiedono attrezzature e possono essere integrate nella vita quotidiana o in contesti rituali più strutturati. Ecco alcuni esempi concreti, con istruzioni pratiche.

1. Respirazione diaframmatica lenta (o “respiro coerente”)

Immagine che illustra il rituale della respirazione controllata

Una delle pratiche più dirette e potenti. Ridurre la frequenza respiratoria a 5-6 respiri al minuto ottimizza la risonanza cardiorespiratoria e aumenta la tonicità vagale.

Come fare:

  • Sdraiati sulla schiena o siediti con la schiena ben appoggiata 
  • Appoggia una mano sulla pancia, l’altra sul petto 
  • Inspira lentamente dal naso (4-5 secondi) facendo gonfiare solo la pancia, non il petto 
  • Espira con calma dalla bocca (5-6 secondi) sentendo la pancia che si sgonfia 
  • Continua per 5-10 minuti mantenendo questo ritmo lento e regolare

Variante rituale: la “crocodile breathing” (“respirazione del coccodrillo”): sdraiati a pancia in giù, fronte appoggiata sulle mani sovrapposte. Il contatto con il pavimento amplifica la percezione del movimento diaframmatico.

2. Canto, humming o salmodia (vocalizzazione ritmica)

Il suono e la vibrazione della voce calda e melodica (prosodia) stimola direttamente i muscoli regolati dal vago ventrale. Tradizioni come il canto gregoriano, i mantra o i canti sacri sfruttano questo meccanismo da millenni.

Tecnica base – Humming:

  1. Siediti comodamente con la schiena dritta
  2. Fai 2-3 respiri profondi per prepararti
  3. Inspira dal naso, poi espira producendo un suono “mmmm” continuo a bocca chiusa
  4. Senti la vibrazione nel petto, nella gola e nel cranio
  5. Mantieni il suono basso, rilassato, senza forzare la voce
  6. Ripeti per 3-5 minuti

Variante con mantra:

Invece dell’humming, canta lentamente “Om” o una semplice melodia che ami, mantenendo la voce calda, morbida e melodiosa.

Pratica di gruppo:

Cantare insieme amplifica la co-regolazione: i sistemi nervosi si sincronizzano attraverso le vibrazioni vocali condivise, creando un campo di sicurezza reciproca.

Beneficio: La vibrazione vocale massaggia internamente il nervo vago, mentre la qualità melodiosa della voce segnala sicurezza al cervello, disattivando la risposta di difesa.


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3. Pranayama yogico (controllo del respiro ritualizzato)

Immagine che illustra i rituali del Nadi Shodhana, antica pratica di respirazione

Molte tecniche yoga sono essenzialmente esercizi vagali antichi. Il pranayama usa pattern respiratori lenti e consapevoli.

Prova l’alternate nostril breathing (Nadi Shodhana

Come fare:

  • Siediti comodamente con la schiena dritta 
  • Chiudi la narice destra con il pollice destro
  • Inspira lentamente dalla narice sinistra (conta fino a 4) 
  • Chiudi entrambe le narici, trattieni brevemente (2-3 secondi) 
  • Apri la narice destra, espira lentamente (conta fino a 6) 
  • Inspira dalla narice destra (conta fino a 4) 
  • Chiudi entrambe, trattieni brevemente 
  • Apri la sinistra, espira (conta fino a 6)

Questo è un ciclo completo. Ripeti per 5-10 cicli, mantenendo il respiro fluido e naturale.

Beneficio: L’alternanza tra le narici e il ritmo controllato attivano il sistema parasimpatico, inducendo calma e centratura.

4. Movimenti ritmici e dondolio gentile

Il ritmo prevedibile e ripetitivo (dondolio, danza, tamburi) crea sicurezza neurofisiologica e facilita la sincronizzazione quando praticato in gruppo.

Tecnica individuale – Dondolio:

  1. Siediti su una sedia o resta in piedi con i piedi ben appoggiati
  2. Inizia a dondolare delicatamente avanti e indietro
  3. Trova un ritmo naturale, lento e confortevole
  4. Mantieni il movimento fluido e costante per 3-5 minuti
  5. Respira naturalmente seguendo il ritmo del movimento
Variante – Camminata consapevole:

Cammina molto lentamente, portando piena attenzione a ogni passo. Senti il contatto del piede con il suolo, il trasferimento del peso, il ritmo regolare e rassicurante.

Pratica di gruppo:

Formate un cerchio e oscillate insieme o danzate seguendo un ritmo condiviso (anche senza musica). La sincronizzazione dei movimenti crea co-regolazione: i sistemi nervosi entrano in risonanza reciproca.

Immagine che illustra una bambina che dondola felice su una altalena

Applicazioni terapeutiche con i bambini

Il principio del dondolio ritmico è alla base di diverse terapie per bambini traumatizzati:

  • Theraplay – usa il dondolio e il movimento ritmico come parte della terapia di attaccamento
  • Sensory Integration Therapy – include altalene terapeutiche (soprattutto altalene a piattaforma o amache) per fornire input vestibolari ritmici e prevedibili
  • Trauma-Focused Sensorimotor Therapy – utilizza movimenti oscillatori per regolare il sistema nervoso

Il movimento ritmico, prevedibile e sicuro dell’altalena, o del dondolio in braccio, attiva direttamente il sistema ventrale-vagale, creando quella sensazione di sicurezza neurofisiologica che il trauma aveva compromesso.

Beneficio: Il ritmo prevedibile segnala sicurezza al cervello, mentre la sincronizzazione di gruppo amplifica gli effetti calmanti attraverso la co-regolazione sociale.

In conclusione

Queste pratiche sono “rituali” perché, quando ripetute con intenzione e in contesti significativi (da soli o in gruppo), diventano potenti strumenti di auto-regolazione. Inizia con 5-10 minuti al giorno: noterai più calma e connessione. Se hai traumi significativi, combinale con supporto professionale.


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Fonti principali di Stephen Porges

  1. Porges, S. W. (2011). The Polyvagal Theory: Neurophysiological Foundations of Emotions, Attachment, Communication, and Self-regulation. W. W. Norton & Company. (Opera fondante della teoria polivagale).
  2. Porges, S. W. (2022). “Ancient Rituals, Contemplative Practices, and Vagal Pathways”. In J. Gordon-Lennox (Ed.), Coping Rituals in Fearful Times: An Unexplored Resource for Healing Trauma (pp. 71–86). Springer. (Il capitolo esatto che abbiamo discusso: spiega come rituali vocali e respiratori attivino il circuito ventrale-vagale).
  3. Porges, S. W. (2021). Polyvagal Safety: Attachment, Communication, Self-Regulation. W. W. Norton & Company. (Approfondimento applicativo con riferimenti a pratiche contemplative).

Studi su humming (Bhramari Pranayama) e stimolazione vagale

  1. Kuppusamy, M., Kamaldeen, D., Pitani, R., Amaldas, J., & Shanmugam, P. (2018). Effects of Bhramari Pranayama on health – A systematic review. Journal of Traditional and Complementary Medicine, 8(1), 11–16. https://doi.org/10.1016/j.jtcme.2017.03.004  (Revisione che evidenzia aumento della tonicità vagale parasimpatetica e HRV).
  2. Telles, S., Gupta, R. K., Gandharva, K., Vishwakarma, B., Kala, N., & Balkrishna, A. (2019). Immediate effect of a slow pace breathing exercise Bhramari pranayama on blood pressure and heart rate. BioPsychoSocial Medicine, 13, 11. https://doi.org/10.1186/s13030-019-0155-9  (Dimostra riduzione della pressione sanguigna e aumento dell’attività parasimpatetica vagale).
  3. Nivethitha, L., Mooventhan, A., & Manjunath, N. K. (2016). Effects of various Prāṇāyāma on cardiovascular and autonomic variables. Ancient Science of Life, 36(2), 72–77. https://doi.org/10.4103/asl.ASL_178_16  (Bhramari aumenta significativamente la HRV).

Studi su mantra “Om” e canto

  1. Kalyani, B. G., Venkatasubramanian, G., Arasappa, R., Rao, N. P., Kalmady, S. V., Behere, R. V., … & Gangadhar, B. N. (2011). Neurohemodynamic correlates of ‘OM’ chanting: A pilot functional magnetic resonance imaging study. International Journal of Yoga, 4(1), 3–6. https://doi.org/10.4103/0973-6131.78171  (Attivazione di aree limbiche e riduzione dell’attività in regioni associate allo stress; effetti vagali indiretti).
  2. Gerritsen, R. J. S., & Band, G. P. H. (2018). Breath of Life: The Respiratory Vagal Stimulation Model of Contemplative Activity. Frontiers in Human Neuroscience, 12, 397. https://doi.org/10.3389/fnhum.2018.00397  (Modello teorico che collega respirazione lenta e vocalizzazione (inclusi mantra) alla stimolazione vagale).

Canto gregoriano e pratiche vocali

  1. Bernardi, L., Sleight, P., Bandinelli, G., Cencetti, S., Fattorini, L., Wdowczyck-Szulc, J., & Lagi, A. (2001). Effect of rosary prayer and yoga mantras on autonomic cardiovascular rhythms: comparative study. BMJ, 323(7327), 1446–1449. https://doi.org/10.1136/bmj.323.7327.1446  (Canto ritmico (rosario o mantra) sincronizza respiro e aumenta baroriflesso vagale).
  2. Peng, C. K., Mietus, J. E., Liu, Y., Khalsa, G., Benson, H., & Goldberger, A. L. (1999). Exaggerated heart rate oscillations during two meditation techniques. International Journal of Cardiology, 70(2), 101–107. https://doi.org/10.1016/S0167-5273(99)00051-1  (Meditazione con mantra produce oscillazioni cardiache legate a stimolazione vagale).

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